MONELLI

Torna dopo 70 anni «Il ghiottone errante», testo culto dello scrittore buongustaio che condiva cibi (e vini) con la letteratura

Paolo Monelli, chi era costui? Innanzitutto un uomo fortunato. Nato benestante a Fiorano Modenese nel 1891, cresciuto nella godereccia Bologna, partì volontario per la prima guerra mondiale riuscendo non solo a salvare la pelle ma anche a portare a casa tre medaglie e il materiale per un best-seller, Le scarpe al sole. Nel Ventennio fu inviato di lusso dei grandi quotidiani, Stampa e Corriere, diventando famoso per via del monocolo, degli abiti di buon taglio e delle belle donne di cui amava circondarsi. Più nazionalista che fascista, riuscì a non compromettersi troppo col regime e dopo la caduta del Duce tornò al successo senza nemmeno dover inscenare, come altri, una conversione al comunismo. Già avanti con gli anni riuscì a mettere le grinfie su una giovane donna che aveva fatto cadere ai suoi piedi tutta Roma ovvero Palma Bucarelli, leggendaria direttrice della Galleria d’Arte Moderna. Un altro suo libro, Mussolini piccolo borghese, fu con sua molta soddisfazione (era vanitosissimo) pubblicato anche in Francia da Gallimard.
Sono rare, non solo nel giornalismo, parabole così dorate: fondò il premio Bagutta, dette il nome alla «Via dell’amore» (la romantica passeggiata delle Cinque Terre), scrisse sul Corriere fino alla bella età di 87 anni. Infine morì (1984), come capita, ed è a questo punto che cominciano i dispiaceri. La fortuna che lo aveva accompagnato per tutta la lunga vita ecco che gli volta le spalle, consegnando all’oblio la sua vasta e variegata produzione. Le ristampe si rarefanno fin quasi a estinguersi e perfino Le scarpe al sole, che resta uno dei libri più leggibili sulla Grande Guerra, finisce fuori catalogo. Paolo Monelli diventa un nome da librerie antiquarie, alla stregua dei vari Baldini e Panzini, grandi firme dell’elzeviro che fu. Ma oggi la fortuna monelliana si risveglia con la nuova edizione del Ghiottone errante, pubblicata dal Touring Club (onore al merito) e curata da Luca Clerici (idem come sopra). Sottotitolo: «Viaggio gastronomico attraverso l’Italia».
Sono passati giusto settant’anni da quando Monelli inventò la professione di inviato del gusto, calandosi in quel personaggio invidiatissimo da colleghi e lettori che gira la penisola per raccontare cantine e ristoranti sulle pagine di un giornale (e poi magari raccoglierle in volume, come in questo caso). C’era il precedente di Hans Barth, autore della fantastica Guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri, munita di ancor più fantastica prefazione di D’Annunzio. Ma Hans Barth era tedesco, di una cultura avvezza da secoli al Grand Tour. Per ritrovare una guida palatale di un letterato italiano bisogna saltare al 1969, l’anno in cui Mario Soldati pubblicò Vino al vino.
Monelli è il padre di un’intera generazione di scrittori buongustai (oltre a Soldati bisogna fare i nomi almeno di Brera e Veronelli) ma non il nonno di chi oggi compila la guida dell’Espresso o il mensile del Gambero Rosso. La tradizione si è dispersa e per capire come questo sia potuto succedere Il ghiottone errante è fondamentale. Non c’è pagina in cui Monelli descrivendo cibi e vini si dimentichi della sua classicheggiante cultura. Beve Ghemme e cita Plinio, beve Barolo e scomoda Giulio Cesare. Parlando di tartufi tira in ballo Petrarca. Quando arriva a Bologna la prima cosa che fa non è mangiare tortellini ma cercare il pozzo della secchia rapita, protagonista del poema di Alessandro Tassoni. Oggi chi scrive di cucina questa cultura non ce l’ha, oppure ce l’ha ma preferisce tenersela per sé, dando per scontato che il lettore non la conosca o non la apprezzi. Scorrendo l’indice si scopre che il personaggio più citato del libro non è un cuoco ma un poeta, Giosuè Carducci. Ve lo immaginate Edoardo Raspelli rifarsi continuamente ai versi di Andrea Zanzotto? Sarebbe però un errore leggere Il ghiottone errante per lodare il buon tempo andato. Anche perché non era così buono come si pretende.
Leggendo fra le righe di certe descrizioni, molti vini appaiono decrepiti, ossidati, forse acetosi, certo non tollerabili da un palato moderno. E non sarà una gran perdita se in Valle d’Aosta non si trova più il prosciutto di stambecco preparato col seguente sistema: «Si appende la coscia all’aria, si aspetta che marcisca; quando non si muove più, che anche i vermi sono morti, allora è buona da mangiare». Si accettano rimpianti solo per l’oste devoto che in quel giugno 1935 a Paolo Monelli non voleva servire carne, essendo vigilia, giorno di magro.