MONI OVADIA Gli ebrei e l’America dell’Ottocento

Canto ironico e graffiante per una nazione all’origine di tutti i sogni del Novecento

Ferruccio Gattuso

Fare a meno dell'America? E come si fa? Winston Churchill, maestro di sano realismo e di ironia tipicamente british, diceva: «È vero, gli americani sono ciò che si dice: ma sono anche gli unici americani di cui disponiamo». Il titolo dello spettacolo che Moni Ovadia porta in scena al Teatro Strehler da oggi all'8 ottobre è in un certo senso un'eco di quell'efficace battuta: Es iz Amerike!
Cosa ci vuoi fare, è l'America! è un canto ironico e graffiante, ma alla fine comprensivo, di quel Nuovo Mondo che ha segnato, nei fatti, i nostri ultimi secoli e ha colorato parecchi dei nostri sogni. Com'è giusto aspettarsi da quell'instancabile guerriero della memoria che è Moni Ovadia, Es iz Amerike! è soprattutto il racconto dell'incontro fra la cultura ebraica e quella americana dalla fine dell'Ottocento ad oggi.
Con buona pace dell'«infantile ossessione antiamericana», gli ultimi cento e passa anni sono stati definiti Il secolo americano: Ovadia se ne dimostra consapevole, e nel suo spettacolo musicale dà forma e suoni a un Paese che, per molti ebrei, è stata ed è una casa. Le cui forme gli ebrei hanno contribuito a plasmare.
«Oggi le cose sono cambiate però, e non è un male - spiega Moni Ovadia -. Se in passato il 42 per cento dei Nobel americani erano di origine ebraica, ora le nuove eccellenze sono cinesi, pakistane, coreane. E questa è la forza del meticciato, che è l'aspetto migliore dell'America di cui parlo nello spettacolo».
In una scenografia che ricorda C'era una volta in America di Sergio Leone, Moni Ovadia fa muovere i suoi personaggi nel territorio a lui perfettamente congeniale degli aneddoti: riferimenti culturali immediati, per nulla dotti, avvinghiati a quella cultura yiddish che è sublime codice di sopravvivenza di un popolo abituato a sorridere di tutto, nel bene e nel male. Sulle note del nigun (l'antica melodia ebraica) e della musica klezmer, ma anche su quelle di giganti del musical americano come George Gershwin, Irving Berlin, Leonard Bernstein, l'affabulatore Moni Ovadia sfoglia la storia della comunità ebraica in America.
Accanto a lui, la voce di Lee Colbert, cantante prediletta cresciuta artisticamente a New York, e l'esplosiva Moni Ovadia Stage Orchestra. «È, il mio - prosegue Ovadia - un racconto rapsodico, su quello che per gli ebrei è stata una storia di gioie e dolori, dall'affermazione nello showbiz e nella cultura all'antisemitismo subito in forme dure almeno fino agli anni '60. Il Sogno Americano è stato potente e indubbio, ma ha portato con sé anche grandi sofferenze per gli ebrei. Per quanto mi riguarda, e sebbene molto critico verso l'amministrazione politica attuale, non posso certo considerarmi antiamericano: sono cresciuto con la cultura americana, con la sua letteratura, la sua musica».
Es iz Amerike!, Moni Ovadia, Teatro Strehler, stasera ore 19.30, info 848800304, ingresso 29.50 e 23.50