Monicelli: non so chi ha vinto la scommessa sulla morte

Folla di cineasti e attori alla camera ardente del regista. Intervista al collega, di poco più anziano, che ricorda i loro scherzi reciproci su chi sarebbe scomparso per primo

Roma - Dino Risi disdegnava i funerali. «Infatti non è venuto neanche al suo», battuteggia Ettore Scola, spiegando che «della morte lui detestava soprattutto gli epicedi, le celebrazioni come queste: passerelle dove, con la scusa di parlare del defunto, tutti parlano di sé». Folla delle grandi occasioni, ieri alla Casa del cinema. Le tv attendevano l’arrivo del feretro, sull’ingresso campeggiava, solitaria, la corona funeraria inviata da Veltroni, ma nel frattempo la cerimonia aveva cambiato natura. Risi sarà cremato. Poi, rivela il figlio Claudio, le ceneri saranno disperse a Mürren, il paesino svizzero dove il regista conobbe la moglie Claudia Mosca. Sono venuti in tanti, i Vanzina, Rosi, Castellitto, Orlando, la Belli, Sorrentino, Virzì, Haber, Villaggio, Sgarbi. Per fortuna l’omaggio pubblico è corso via spedito. Ha aperto il maestro Trovajoli, eseguendo al piano il tema di Profumo di donna, ha chiuso Marco Risi, in partenza per Napoli dove sta girando Fortapasc: «Grazie, ma a questo punto papà avrebbe detto, come era solito fare quando gli ospiti a cena s’attardavano, “Se fossi a casa vostra andrei a casa mia”». Naturalmente c’era anche Mario Monicelli. Elegante, disponibile come sempre. Anche se ha deciso di non partecipare al NapoliFilmFestival, per un leggero affaticamento.

A quanto pare ha vinto lei la scommessa...
«Dipende dai punti di vista. Sulla morte io e Dino ci si punzecchiava a vicenda. Un gioco tra novantenni abituati a burlarci di tutto: l’aldilà, la salute, l’età. Ma francamente non ricordo bene il cuore della faccenda. Se la scommessa era su chi moriva prima, be’, ha vinto lui. Se era su chi campava di più, ho vinto io. Comunque, entrambi ci auguravamo di morire in momenti di calma piatta, quando i giornali non sanno cosa mettere in pagina».

Risi diceva che avere novant’anni non può essere un merito.
«Giusto, ci mancherebbe. Dino aveva una natura pungente verso se stesso, usava il bisturi dell’ironia, si camuffava. “Ti piacciono i miei occhiali da bagascia?”, mi chiese un giorno. Ultimamente l’avevo sentito depresso, stanco, mangiava poco o niente, non usciva più. Era fragile. Chissà, avendo studiato medicina forse era consapevole delle proprie condizioni. Però, a pensarci bene, è sempre stato riservato. Io sto bene, ma neanche tanto meglio di lui. Guardi: superati i 90 anni, tutto diventa eccezionale».

Il fratello di Risi, Nelo, se l’è presa con i critici che «oggi omaggiano Dino e per tanti anni l’hanno stroncato».
«In effetti, la critica non ha avuto un gran rispetto nei nostri confronti. Pazienza. Spesso i titolari mandavano i vice a recensire i nostri film. L’attenzione è venuta dopo».

Tre film che gli invidia?
«Di sicuro Una vita difficile e Il sorpasso, anche Il giovedì con Walter Chiari, uno dei più sottovalutati. Lo preferivo quando praticava il sottotono. Del resto, la commedia che facevamo era contraria a tutti i canoni del genere: il lieto fine non c’è quasi mai. Guardi come si chiude Il sorpasso... ».

Lei e Risi passate per cinici.
«Mah! Semmai disincantati. Ci piaceva raccontare, facendo sorridere, le storture di una società in movimento, che cambiava rapidamente, fino a diventare orribile. Ma l’Italia del boom economico è niente in confronto a quella di oggi: tutta consumismo, pubblicità, mercato».

È vero che vi siete conosciuti negli anni Trenta?
«Sì, neanche ventenni, a Milano. Abbiamo stampato tre o quattro numeri di una rivistina culturale, si chiamava Camminare, da una frase di Mussolini. Facevamo la fronda, perché il fascismo tornasse a essere socialista, dalla parte degli operai. Stava tralignando. C’erano Remo Cantoni, Vittorio Sereni, Alberto Lattuada, Antonia Pozzi, io facevo la critica di cinema. Risi cercava di infilarsi da Strehler, nel frattempo veniva nella nostra cantina, a sghignazzare e sfottere».

La verità su lei e Manoel de Oliveira...
«Era una battuta per Ciprì e Maresco. Ho detto che non vedo l’ora che muoia, perché è più vecchio di me, fa un film all’anno e lo invitano a ogni festival. Può credere che lo pensi davvero?».

Dica la verità: mira ai 100 anni?
«Ma no, chi se ne frega? Certi vecchi cadenti e bavosi, tenuti in poltrona a ricordare l’età dell’oro, fanno tristezza. Se non ce la faccio ad alzarmi, resto a casa. Ormai quello che è fatto è fatto».