Il monito del Papa ai sacerdoti: «Non dovete essere carrieristi»

Ferma condanna per chi «attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio»

Andrea Tornielli

da Roma

Il sacerdote non deve essere carrierista, non deve voler diventare importante. Deve essere un missionario, e cercare di raggiungere anche i lontani, chi non frequenta la Chiesa. È questo, in sintesi, il messaggio che Benedetto XVI ha voluto lasciare ieri mattina ai quindici nuovi preti che lui stesso, vescovo di Roma, ha ordinato. Uno ad uno, i candidati si sono inginocchiati davanti al Papa per ricevere dall’imposizione delle sue mani il sacramento del sacerdozio. Tra i quindici nuovi preti, che si sono tutti formati nella capitale, ci sono dodici italiani, un polacco, un honduregno e un israeliano. Il più giovane ha 27 anni e il più anziano 42.
Nell’omelia, Benedetto XVI ha commentato il vangelo giovanneo del Buon pastore, spiegando che è attraverso Cristo, che «si deve entrare nel servizio di pastore». «Gesù mette in risalto molto chiaramente – ha detto il Papa – questa condizione di fondo affermando: “Chi ... sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante”. La parola “sale” evoca l’immagine di qualcuno che si arrampica sul recinto per giungere, scavalcando, là dove legittimamente non potrebbe arrivare». Proprio questo è, secondo Ratzinger, il caso dell’ecclesiastico che pensa alla carriera. «Si può qui vedere – aggiunge – anche l’immagine del carrierismo, del tentativo di arrivare in alto, di procurarsi una posizione mediante la Chiesa: servirsi, non servire. È l’immagine dell’uomo che, attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio; l’immagine di colui che ha di mira la propria esaltazione e non l'umile servizio di Gesù Cristo».
Non è così che si comporta il buon prete seguace di Cristo. «L’unica ascesa legittima verso il ministero del pastore – spiega Benedetto XVI – è la croce. È questa la porta. Non desiderare di diventare personalmente qualcuno, ma invece esserci per l’altro, per Cristo, e così mediante Lui e con Lui esserci per gli uomini che Egli cerca». Già altre volte, prima di diventare il successore di Giovanni Paolo II, Joseph Ratzinger aveva accennato a questo atteggiamento che evidentemente ritiene un rischio presente e incombente nella Chiesa di oggi. Durante l’ormai famoso commento alla Via Crucis del Venerdì Santo 2005, l’allora cardinale aveva parlato di tanta «superbia e autosufficienza» tra gli ecclesiastici. Mentre qualche anno prima si era scagliato contro il carrierismo dei vescovi che appena nominati ad una sede già ambiscono ad un’altra più importante.
Ai quindici nuovi preti, Benedetto XVI ha indicato una priorità: la missione. «La missione di Gesù – ha detto – riguarda l’umanità intera, e perciò alla Chiesa è data una responsabilità per tutta l’umanità». «La Chiesa – ha aggiunto – non deve mai accontentarsi della schiera di coloro che a un certo punto ha raggiunto. Non può ritirarsi comodamente nei limiti del proprio ambiente. È incaricata della sollecitudine universale, deve preoccuparsi di tutti». Certo, il Papa ha spiegato che il primo compito del pastore d’anime è quello di occuparsi di coloro che «credono e vivono» con la Chiesa. Ma ha aggiunto: «Tuttavia, dobbiamo anche sempre di nuovo – come dice il Signore – uscire per le strade e lungo le siepi per portare l’invito di Dio al suo banchetto anche a quegli uomini che finora non ne hanno ancora sentito niente, o non ne sono stati toccati interiormente».
Dopo la cerimonia, il Papa si è affacciato per la recita del «Regina Coeli» e ha parlato nuovamente del sacerdozio dicendo che «la missione del sacerdote è insostituibile, e anche se in alcune regioni si registra scarsità di clero, non si deve dubitare che Dio continui a chiamare ragazzi, giovani e adulti a lasciare tutto per dedicarsi alla predicazione del Vangelo». Le vocazioni, insomma, ci sono anche oggi, suggerisce il Pontefice, ribadendo che la funzione del prete non può avere surrogati.