MONK, IL POLIZIOTTO CHE COMMUOVE

Comincia ad avere i suoi fan affezionati Detective Monk (giovedì su Retequattro, ore 21), la serie poliziesca che ha in pratica preso il posto del tenente Colombo e che per certi versi ne richiama il genere, a metà strada tra l'indagine investigativa seria e la componente ironico-grottesca. Le coincidenze finiscono qui, perché il tenente Colombo ama recitare la parte del finto tonto e la maniacalità con cui è solito pressare gli indiziati, sfiancandoli con una quantità di domande apparentemente incongruenti, fa parte della simpatica forzatura di una precisa tipologia caratteriale. Il caso del detective Monk è diverso, qui siamo di fronte a un poliziotto che soffre di una sindrome ossessivo-compulsiva resa eclatante dopo la morte della moglie uccisa in un attentato. Il povero detective sembra averle tutte, le paranoie: paura della folla, dei rumori, degli animali, di contaminarsi, di soffocare. E l'attore che lo impersona, quel Tony Shalhoub in predicato di un premio ai prossimi Emmy come miglior protagonista di una serie tv, è bravo nel recitare alla maniera di Dustin Hoffman in Rain Man, calandosi nei disturbi autistici del personaggio con sensibilità e capacità istrionica. Costretto a lasciare la Polizia di San Francisco in seguito al suo stato di salute, non per questo il detective viene dimenticato dai suoi ex compagni che ne reclamano la collaborazione per risolvere i casi più disparati, contando sul suo intuito particolare, sulla straordinaria abilità nel cogliere il dettaglio decisivo e sottovalutato. Detective Monk si ritaglia uno spazio originale nell'ormai fitto gruppo delle serie poliziesche. È un telefilm deboluccio sul versante delle dinamiche investigative, risolte con guizzi intuitivi che il telespettatore deve accettare alla stregua delle indicazioni di un veggente e che lasceranno insoddisfatti gli amanti di uno sviluppo più razionale dell'indagine poliziesca. Però compensa bene questo handicap con la fantasia del plot narrativo, ricco di trovate sorprendenti. Qua e là ci sono momenti di notevole effetto, scene ben congegnate che non si dimenticano e che danno un certo tono all'insieme. Come accade quando il detective Monk fa visita in ospedale all'autore dell'attentato in cui è morta la moglie, per interrogarlo. «Lei è il marito?», chiede timoroso l'attentatore. «Sì io sono il marito - risponde Monk -; sono quello che adesso ti spegne la flebo di morfina». Panico negli occhi del terrorista, e sorpresa tra i telespettatori increduli di fronte a una simile decisione. «E questa invece è mia moglie - prosegue il detective dopo una decina di secondi pieni di pathos - che a sua volta te la riapre».