«Monopoli», anche il Garante pronto a smentire il Professore

Dopo la lettera degli amministratori di Telecom, l’Authority per le comunicazioni prepara un documento di replica alle accuse dell’ex premier contro i grandi gruppi

Antonio Signorini

da Roma

«Quanto a lei attribuito tradisce una visione di questo settore non più corrispondente all’attuale realtà». Più che un rimbrotto da parte di esperti in materia, la lettera che gli amministratori indipendenti di Telecom Italia hanno inviato a Romano Prodi ha il sapore di una sonora bocciatura. Con implicazioni politiche poco rassicuranti per il leader dell’Unione visto che a scriverla sono state personalità non troppo lontane dal centrosinistra. E che la missiva è indirizzata a un potenziale presidente del Consiglio. Quindi a qualcuno che dovrebbe avere un senso della «attuale realtà» al di sopra di ogni sospetto.
Questi i fatti. Sabato, parlando a un’assise dei «Cittadini per l’Ulivo» che si è tenuta vicino a Firenze, Prodi ha preso di mira i monopoli. «Le uniche imprese che fanno i soldi, e li fanno proprio bene - ha detto - sono Eni, Enel, Autostrade, Mediaset e Telecom. Tutte e solo imprese - ha aggiunto Prodi - che vivono di tariffe. Non biasimo che facciano i soldi. Ma questo è un Paese nel quale si doveva rilanciare l’energia della concorrenza e invece vive all’ombra di monopoli naturali e le autorità di controllo lasciano uno spazio che in altri Paesi europei ci si sogna».
Un atto di accusa preciso e duro all’indirizzo delle principali realtà economiche italiane e una critica pesante ai garanti del mercato accusati, in sostanza, di connivenza con i soggetti che devono controllare. Le parole di Prodi hanno suscitato reazioni a scoppio ritardato. Ieri ha replicato il maggiore gruppo di telecomunicazioni, Telecom Italia, con una lettera pubblicata dal Corriere della Sera e firmata dagli amministratori indipendenti Enzo Grilli, Pasquale Pistorio, Jean Paul Fitoussi, Guido Ferrarini, Francesco Denozza, Luigi Roth, Marco Onado, Luigi Fausti, Domenico De Sole, Robert Boas e Paolo Baratta.
Tra poco toccherà all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. L’autorità guidata da Corrado Calabrò ha parlato del caso al direttivo di ieri e nei prossimi giorni dovrebbe rendere noto un documento che, più che rispondere direttamente ai rilievi di Prodi, sarà un’analisi puntuale sull’attività del Garante e sullo stato del mercato italiano delle telecomunicazioni con argomentazioni che, almeno su questo ultimo punto, non dovrebbero essere molto diverse da quelle utilizzate dai vertici del gruppo di Marco Tronchetti Provera.
Quello che è sfuggito a Prodi, si spiega nella lunga lettera, è che «le telecomunicazioni hanno conosciuto negli ultimi anni una trasformazione radicale senza precedenti. Ciò sotto la spinta della concorrenza da un lato, della tecnologia dall’altro». Tutti i grandi gruppi stanno investendo sull’innovazione, anche perché pressati da «nuovi concorrenti».
Dal punto di vista delle regole, poi, Prodi ha torto quando dice che le società italiane possono godere di libertà che nel resto d’Europa non esistono. Il quadro normativo delle telecomunicazioni - si spiega nella missiva - non è nazionale, ma europeo «a partire dalla liberalizzazione del mercato iniziata nel 1998». Una liberalizzazione che funziona visto che - sottolineano i consiglieri di Telecom - «l’Europa ha recuperato il ritardo sugli Usa». Con l’abbattimento delle barriere, poi, sono comparsi «nuovi operatori» con delle quote di mercato di tutto rispetto.
Per quanto riguarda Telecom Italia, quindi, «l’immagine di un vecchio monopolista che vive all’ombra della protezione delle autorità è lontana anni luce». «Inappropriata», quindi, anche l’accusa di «condizionamenti» dell’Autorità garante per le comunicazioni da parte del gigante italiano delle Tlc.
Gli amministratori indipendenti mandano quindi un messaggio al candidato premier. Telecom, dicono in sintesi, ha un suo importante piano industriale che comprende l’integrazione fisso-mobile e 14 miliardi di investimenti in tre anni. I mercati - spiegano - «esaminano con attenzione questi obiettivi, attenti anche all’evoluzione del quadro regolatorio». E «qualsiasi segnale che esso si potrebbe muovere in Italia in controtendenza rispetto all’Europa e agli Usa, sarebbe interpretato negativamente». In altre parole, se Prodi diventerà presidente del Consiglio e darà seguito con i fatti alle parole pronunciate sabato, si rischia di penalizzare proprio quell’industria italiana che al Professore «sta giustamente a cuore». Toni felpati, ma accuse pesanti. Soprattutto se a firmarle sono il vicepresidente di Confindustria Pistorio, che a sinistra raccoglie molte simpatie; Roth, manager dell’Iri ai tempi di Prodi, l’ex commissario Consob Onado e Baratta, ministro dei governi Amato, Dini e Ciampi.