Monopolio che fa a pugni col mercato

Alessandro Massobrio

Ancora una volta si rivela più che valido il vecchio scire per causas della tradizione aristotelico - scolastica, nel senso che se di ogni aspetto della realtà si conoscessero le origini più remote, forse molte battaglie non sarebbero combattute, molte posizioni eviterebbero di essere prese, molti principi irrinunciabili cesserebbero di essere tali.
Il discorso cade a fagiolo a proposito delle cooperative, oggetto di scandalo giornalistico con un Consorte, trascinato sul banco degli imputati, e di polemica politica, addirittura rovente alla vigilia delle ultime consultazione elettorali.
Perché se Fassino e compagni, difensori ad oltranza della realtà cooperativa emiliana e ormai nazionale, avessero per caso sfogliato gli interventi, coordinati e riuniti da Stefano Monti Bragadin, senza dubbio la loro foga ed il loro fervore di molto si sarebbe affievolito se non addirittura del tutto spento.
Il fatto è che così come il problema viene collocato nella sua prospettiva storica da Stefano Bonabello, l'intero movimento cooperativistico perde tutto d'un tratto quell'alone anticapitalistico e rivoluzionario, di cui le sinistre sanno andare tanto fiere. Le cooperative si rivelano, anzi, come l'estremo tentativo della borghesia progressista e del socialismo non massimalistico per risolvere una volta per tutte la questione sociale. Attraverso un riformismo indolore, capace di trasformare i lavoratori in comproprietari dell'azienda in cui prestano il proprio lavoro.
E la dice lunga a questo proposito la frase di Giolitti, certamente uomo politico non estremista e favorevole alle svolte proletarie, il quale sembra abbia osservato alla vigilia della Grande Guerra come lo sviluppo della cooperazione di consumo tenda ad ottenere un equo riparto degli utili dal lavoro, a togliere in molti casi la lotta tra il capitale e la mano d'opera ed a condurre gradatamente l'operaio al possesso di quel capitale che gli è necessario per rendere più produttiva l'opera sua.
Affermazione capace da sola di mettere tra parentesi tante osannati considerazioni di Engels, della Luxenbourg e di Marx, che vedevano nella cooperazione lo strumento intermedio per giungere alla rivoluzione anticapitalistica.
In realtà, l'ordinamento cooperaitivo vedeva la sua nascita in ambito cattolico e moderato, vale a dire all'interno di quell'Opera dei Congressi, voluta fortemente dai pontefici romani come strumento di concordia sociale e di risposta al socialismo rivoluzionario, che invece predicava la lotta di classe. In un secondo momento, l'idea, come spesso accade nel mondo della sinistra, molto ricettivo nei riguardi delle intuizioni altrui, ma allo stesso modo non troppo fecondo di intuizioni proprie, veniva fatta propria dai cosiddetti grandi rivoluzionari del primo Novecento, che la trasformavano in un invincibile cavallo di battaglia. Invincibile sino al momento in cui non si fosse indagato sull'origine di questa stessa idea.
Un'idea scippata senza neppure troppa grazia al mondo cattolico e calata tout court nell'universo socialista, dove, a quanto pare è rimasta sino ad oggi, per rendere felici e soprattutto monetariamente abbondanti i sonni di uomini come Giovanni Consorte, autentico Napoleone della cooperazione, il quale comunque ha conosciuto anche se meno presto del previsto la propria Waterloo.
Una Waterloo, determinatasi in modo ineluttabile non appena una realtà nata per distribuire senza obiettivo di lucro - come scrive Stefano Bonabello - i benefici di cui è feconda, si trasforma in un organismo economico chiuso che riserva a se medesimo i benefici di cui è fecondo. Dando così origine ad una sorta di monopolio.
Un monopolio incompatibile con il mercato all'interno del quale è comunque costretto ad operare, visto che il prezzo dei prodotti solo dal mercato viene fissato e stabilito e non burocraticamente dallo stato.
Forse l'obiettivo a cui punta il sistema cooperativistico potrebbe essere una sorta di monopolio, gestito e controllato dallo stato, l'unico nel quale, in assenza di un mercato, capace di fissare e determinare il valore dei prodotti, produttori e operatori economici sarebbero in grado di operare in clima di assoluta serenità, ma questo paradiso tanto sognato da individui come Giovanni Consorte e compagni si colloca non certo nel nostro Occidente ma con molte più probabilità nell'Oriente sovietico e socialista e dunque in una dimensione inaccettabile per chi fa della libertà - anche economica - un requisito indispensabile alla sopravvivenza.
Questo anche perché non appena un'impresa a regime cooperativo si colloca nella realtà del mercato occidentale ecco che gli elementi del capitalismo - in particolare, il profitto e la crescita - divengono prioritari anche per quest'ultima, finendo così per stravolgere le buone intenzioni di equità e solidarietà, che gli utopisti della sinistra avevano sino a quel punto cullato in seno.
Ritorna in altri termini di estrema attualità la massima a cui Montanine, negli Essais dedica più di un capitolo, vale a dire che colui che pretende di lavorare nella melma non può indignarsi se poi, alla fin fine, si ritrova con il fondo dei calzoni sporchi di melma. La melma è la realtà quotidiana, il regime di libero mercato in cui anche le cooperative devono agire ed operare, accettando dunque le regole di competizione che quella realtà regolano da sempre. Se in questa prospettiva possono verificarsi corruzione e cedimento sui principi, la colpa va attribuita non al mercato, ma alla volontà di chi dirige la cooperativa di scendere in un mondo che non le appartiene ma di cui deve accettare le regole.
D'altra parte, il mondo in cui la cooperativa potrebbe davvero operare in piena sintonia è il mondo del monopolio, in cui le regole vengono imposte da uno stato totalitario, molto lontano dal modello occidentale, che ruota intorno al concetto di libero mercato e di concorrenza. Questo significa che il modello di cooperativa si colloca al di fuori della realtà occidentale e collocarvelo a forza significa introdurre un elemento estraneo in un contesto che lo rifiuta e lo respinge.
La diffusione ed il sostegno che il governo Prodi accorda al modello cooperativistico costruisce dunque un inquietante sintomo di rifiuto del modello economico occidentale in nome di un improbabile ritorno ad un regime di monopolio, controllato e diretto da uno stato onnipresente, come forse sognano ancora Bertinotti e Diliberto. Gli unici in Italia attirati su modelli irreversibilmente condannati dalla storia non soltanto civile ma anche economica.
Certo, l'idea di rendere il lavoratore compartecipe dei frutti dell'impresa per la quale lavora è scopo nobile ed alto, ma è nobile ed alto solo quando tale obiettivo viene indicato a sinistra. Quando viceversa diventa obiettivo di un regime di destra - si veda la cosiddetta socializzazione voluta dal governo Mussolini negli anni turbinosi della RSI - ecco che allora ogni enfasi sparisce per lasciare il posto a preoccupate considerazioni da parte delle teste d'uovo della sinistra. Al punto che il comma, pure presente nella nostra carta costituzionale, pure difesa con tanta passione da parte di Scalfaro e di alti padri della patria, è rimasto sino ad oggi inapplicato. Per quale oscuro motivo non è dato a tutt'oggi di sapere.
Godiamoci dunque il regime cooperativistico, se tanto teniamo ad una più giusta e solidale distribuzione degli utili, ma non avanziamo imbarazzanti domande che non hanno e non devono avere risposta. Questa sembrerebbe essere la conclusione a cui giunge il regime, oggi presente in Italia. Una conclusione che certamente non soddisferà quanti non si accontentano della vulgata corrente, resa pubblica da Rifondazione comunista e Comunisti italiani.
Ma che comunque non possiede nessuna versione alternativa. Come a dire, secondo un antico ma sempre valido adagio nostrano, o mangi questa minestra o salti quella finestra.
Stefano Monti Bragadin, Imprese e cooperative a confronto, Stato, Società, mercato - Ricerche, Genova 1999, pag. 106.