Montaldo: "Vi racconto un Dostoevskij tra gioco e dramma"

Da giovedì nei cinema il film che narra la vita dello scrittore. Miki Manojlovic veste i panni dell'autore de "I fratelli Karamazov". Nel cast anche Roberto Herlitzka e Filippo Timi

Roma - I russi l’hanno imbottito di vodka, per anni, sperando che si levasse Dostoevskij dalla testa, una sbronza via l’altra. Ma lui, con tenacia pari all’ostilità sovietica, non faceva altro che pensare a quel povero cristo di scrittore sommerso dai debiti di gioco, dalla miseria, dai ricordi brucianti d’una deportazione in Siberia, dalla ricerca incessante d’un Dio. E l’ha avuta vinta, in finale, Giuliano Montaldo (il regista di Sacco e Vanzetti e L’Agnese va a morire, film d’una certa caratura), se giovedì esce nelle sale I demoni di San Pietroburgo, drammatico cineracconto, ispirato alla vita di Fëdor Michailovic Dostoevskij (1821-1881), il noto romanziere russo che scrisse Umiliati e offesi, Delitto e castigo, Memorie del sottosuolo, per citare solamente i suoi capolavori più diffusi, dov’è centrale il tema della bontà attiva. «La data di questo film? Il 2008!», attacca subito Montaldo, come prevenendo le critiche a un certo suo gusto antimoderno, che circola, qui, a partire dalla teatrale lentezza narrativa, dal fragore operistico delle musiche composte da Ennio Morricone, dalla recitazione febbrile dei personaggi ottocenteschi. Fatto sta che le tematiche care all’autore de I fratelli Karamazov rispondono, comunque, alla crisi spirituale del mondo a noi contemporaneo. «Di editori che fuggono per non pagare e di scrittori che scrivono in mezzo agli stenti, spesso rischiando la vita, ne esistono in molte parti del mondo: ovunque c’è sofferenza intellettuale», nota il regista, che ha voluto nel cast il russo Miki Manojlovic (è l’intenso protagonista, un Dostoevskij oppresso dall’epilessia e dai metodi della Terza Sezione della Polizia criminale zarista) e Roberto Herlitzka (l’ottimo attore di teatro fa Pavlovic, il boss degli sbirri agli ordini dello Zar), Carolina Crescentini (nella parte romantica d’una scrivana devota al romanziere), Anita Caprioli (come Alexandra, vibrante rivoluzionaria di sangue blu), Sandra Ceccarelli (la zia di Alexandra) e Filippo Timi (nel ruolo dell’anarchico Gusiev). «Sono abituato alle avventure, per cui gli ostacoli frapposti, negli anni Ottanta, dai sovietici poco amanti del loro grande autore, non mi hanno smontato. Quando andai a proporre Sacco e Vanzetti ai produttori italiani, ci fu chi mi chiese: “E chi sò? ‘Na ditta di import-export?”», racconta Montaldo, che nonostante una filmografia in odor di funerale (da Tempo di uccidere a Giordano Bruno, spesso i suoi film parlano di morte), sfoggia il proprio umorismo.

Tutto è partito da un’idea di Andrei Konchalovsky, messa per iscritto da Paolo Serbandini (qui anche sceneggiatore) e volta a presentarci un Dostoevskij senile, smarrito mentre è in preda a crisi di coscienza. Le sue idee libertarie hanno nutrito generazioni di lettori (bella la scena in cui una lettrice, scambiandolo per Turgenev, gli porge un libro da autografare) e così lui, il martire della Siberia, dove scontò dieci anni di lavori forzati, a causa dei propri scritti populisti, si ritrova a fare da pompiere ai nuovi incendiari, nutriti e cresciuti con i suoi scritti. «Qui racconto la mia intolleranza per le bombe, per la violenza, per coloro che credono si possa cambiare il corso della storia, uccidendo: sono contro il crimine, soprattutto se nascosto dietro falsi ideali», precisa il cineasta genovese, la cui figlia Elisabetta ha curato i costumi. Girato tra la Russia e il Gran Sasso, con alcuni paesaggi torinesi sullo sfondo di corti e castelli (la casa di Dostoevskij è stata ricostruita a Carignano) I demoni di San Pietroburgo punta sulla luce naturale, sulle inquadrature pittoriche, su una fotografia dal tono marcatamente azzurrino, come il ghiaccio e la neve, qui padroni della scena, oppure scuro come l’animo perso. «Ci sono personaggi, che ti coinvolgono. Racconto Dostoevskij seguendo il suo percorso umano, né so se il mio sia un arbitrio, quando lo faccio rincorrere dai fantasmi, che gli dicono: “tu hai scritto...”, “tu hai detto...”. La storia affettiva con la sua stenografa nasce da una mia suggestione», spiega ancora l’artista, che insieme con Elio Petri, Carlo Lizzani e Gillo Pontecorvo ha segnato la stagione dell’impegno civile sullo schermo.