Montanelli, quando il buon senso era un «atto eroico»

La lettera che Indro spedì a un collega de «La Sicilia» un mese prima di essere gambizzato dalle Brigate Rosse

«Pare impossibile che il dire delle cose di semplice buon senso sia diventato atto eroico». Sono parole di Indro Montanelli, il fondatore e primo direttore di questo quotidiano. Sono parole - ancora attualissime - contenute in una breve lettera indirizzata dal grande giornalista a un collega, Gino Corigliano, che aveva scritto un corsivo in suo favore. La vicenda è ricostruita nei dettagli dal quotidiano La Sicilia nel numero oggi in edicola.
L’11 aprile 1977 Montanelli aveva partecipato alla trasmissione Bontà loro, condotta da Maurizio Costanzo sulla Rai. Indro aveva detto, senza peli sulla lingua, che il conformismo antifascista era della sinistra radical chic, che teneva banco nei giornali e nella cultura di quegli anni, come un conformismo peggiore di quello che si era registrato durante la dittatura nel Ventennio. Per queste dichiarazioni verrà attaccato duramente: Eugenio Scalfari sulla Repubblica protesterà energicamente per il fatto che fosse stato concesso il video della tv pubblica al grande anticonformista del giornalismo italiano e qualcuno ricorse persino al presidente della Rai, Paolo Grassi, affinché prendesse provvedimenti. Nel coro di indignata riprovazione per quelle parole, un giornalista della Sicilia, che aveva pagato di persona per il suo non essere omologato alla cultura di sinistra, il 15 aprile scrisse un editoriale in difesa di Indro.
Due settimane dopo, ecco la risposta personale di Montanelli, che ringraziava di cuore il giornalista della Sicilia per la solidarietà: «Caro Corigliano, con molto ritardo, ma con raddoppiato calore ti ringrazio per il trafiletto su Bontà loro. Pare impossibile che il dire delle cose di semplice buon senso sia diventato atto eroico, che altrettanto eroico sia da parte di un commentatore dire che il buon senso è buon senso. Eppure è così. Abbracciamoci dunque fra eroi (è incredibile: ma lo siamo veramente e teniamoci stretti perché ne abbiamo bisogno). Un abbraccio dal tuo Indro».
Colpisce quel riferimento all’eroismo e al tenersi stretti «perché ne abbiamo bisogno». Non erano, quelli, giorni tranquilli. Il terrorismo era nel suo momento di maggiore ascesa (l’anno si sarebbe chiuso con un bilancio di 287 attentati) e molti giovani credevano di poter cambiare il mondo a colpi di P38 e di impedire il compromesso storico fra Dc e Pci. Montanelli, per la sinistra del tempo, aveva la colpa «imperdonabile» di aver contribuito, col suo «turatevi il naso, ma votate Dc», a bloccare il sorpasso del Pci alle politiche dell’anno precedente.
Un mese dopo aver scritto questa lettera, il 2 giugno 1977, Montanelli rimaneva vittima di un attentato delle Brigate Rosse: gli attentatori gli spararono quattro colpi alle gambe, nessuno dei quali fortunatamente toccò organi vitali. Nel comunicato dei brigatisti si definiva Montanelli «un fascista mascherato, finanziato dalle multinazionali». Il giorno dopo l’attentato il Corriere della Sera, dove Montanelli aveva lavorato fino a pochi anni prima, titolava: «I giornalisti nuovo bersaglio della violenza»: per Indro neanche la menzione del nome nel titolo.