Montecarlo, bonifici all’estero sospetti di Tulliani

La procura ha fatto accertamenti bancari sul cognato dell’ex leader di
An, gli indizi dicono che è lui il proprietario della casa. Ma non lo
ha indagato. Però ha chiesto sue notizie a tutti i testimoni

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

The Untouchable, l’Intoccabile. Più che Gianfranco Fini, trattato «comprensibilmente» (sic!) in guanti bianchi dalla procura di Roma, il nome «incompresibilmente» ritenuto non meritevole di trattamento alcuno dai pm capitolini, che pure sembrano comprenderne la rilevanza nelle indagini, è quello del «cognato» del presidente della Camera: Giancarlo Tulliani. Lo dicono le carte dell’autorità giudiziaria, tutte le carte, che il Giornale ha letto integralmente.

Non è, dunque, solo il buon senso ad assegnare al fratello della compagna di Fini un ruolo centrale nell’affaire immobiliare monegasco, sono i fatti, acclarati dai pm e poi tralasciati perché ritenuti di «competenza» civile anziché penale: Tulliani abita nella casa «svenduta» da An; è lui che ha proposto l’«affare» a Fini con la società off-shore; è lui che pressa l’ambasciatore italiano nel Principato per chiedere nomi di società edili; è lui che ha poi seguito sul posto i lavori di ristrutturazione, che la sorella Elisabetta coordinava da Roma, secondo il costruttore Garzelli; è lui che domicilia le proprie bollette a casa di James Walfenzao, il broker «amministratore» della Printemps che compra da An e che poi vende alla «gemella» Timara; è sempre lui, secondo l’indagine interna del governo di Saint Lucia, il «beneficiario effettivo» sia di Printemps che di Timara, dettaglio che lo identifica come reale proprietario; è lui al centro del giallo delle firme identiche sotto la voce «locatario» e «locatore», firme gemelle che si ripetono sia sul contratto di affitto tra Timara e Tulliani che sull’atto integrativo dello stesso contratto.
Quest’ultimo punto non è solo frutto dell’inchiesta giornalistica di questo quotidiano (inspiegabilmente smentito dalla procura di Roma allorché il Giornale pubblicò il frontespizio della registrazione con le due sigle in calce). Emerge anche dai documenti che la procura ha recuperato nel corso della sua rapida indagine, quella stessa procura che aveva smentito l’identità delle sigle lo scorso 20 settembre s’è accorta della «svista», e nella richiesta di archiviazione sottolinea, tra i punti anomali, proprio questo dettaglio.

Ma tant’altro che coinvolge Tulliani salta fuori dallo scarno faldone dei pm. Tanto da rendere doverosa la domanda delle domande: come mai non è stato ritenuto utile ascoltare, almeno come persona informata dei fatti, anche Giancarlo Tulliani? Le toghe romane hanno fatto sempre capire che il «cognato» non c’entrava con l’inchiesta. Eppure lo hanno seguito a lungo. Hanno setacciato i suoi conti correnti, ottenendo dalla guardia di finanza una relazione, datata 19 ottobre, dalla quale emergono 70mila euro spostati dal conto italiano a quello monegasco di Tulliani. «Si rappresenta che Tulliani Giancarlo - scrive la Gdf - risulta segnalato dall’intermediario Unicredit Banca di Roma per aver effettuato il trasferimento di capitali all’estero in data 23.2.2009 per 25mila euro, in data 25.2.2009 per 25mila euro, e in data 4.3.2009 per 20mila euro, ossia nel periodo intercorrente tra la stipula del contratto di locazione con la Timara ltd, avvenuta il 30.1.2009, e l’autorizzazione da parte dell’amministratore del condominio all’effettuazione dei lavori di ristrutturazione dell’appartamento in data 30.7.2009 e 3.11.2009». Appare chiaro, se non altro per il lasso temporale scelto per curiosare nei movimenti di denaro di Giancarlo, che per gli inquirenti quei bonifici fossero destinati a pagare i lavori di restauro della casa. In fondo, è quello che ha sostenuto lo stesso Fini, adducendolo come uno dei motivi che gli impedisce di obbligare il «cognato» a lasciare l’appartamento. Eppure c’è un punto, evidenziato dal Giornale, sul quale i magistrati avrebbero potuto almeno soffermarsi. Rino Terrana, titolare dell’impresa Tecabat, che materialmente ha svolto i lavori nella casa di boulevard Princesse Charlotte, ha infatti raccontato di aver fatturato gli importi della ristrutturazione non a Tulliani, ma alla «proprietaria» Timara. Un dettaglio che i magistrati non hanno finora approfondito, ma che potrebbe tornare utile qualora il gip rigettasse la richiesta di archiviazione.

E a confermare l’interesse, tenuto rigorosamente sottotraccia, per il nome di Tulliani, anche i verbali di interrogatorio dei testimoni dell’affaire e dell’indagato Pontone. L’ex tesoriere, in procura, si è sentito rivolgere due domande su quel nome. La prima: «Risulta da notizie di stampa che hanno riportato dichiarazioni di Fini che questi ha indicato in Tulliani Giancarlo la persona che gli aveva comunicato che vi era una società interessata ad acquistare l’appartamento in Montecarlo. Sa nulla a riguardo?». Pontone liquida subito il discorso rispondendo di non saper niente. Ma, come detto, i pm insistono: «Lei conosceva il Tulliani?». E Pontone ammette: «Il Tulliani mi fu presentato da un amico in occasione di una cena postelettorale, non l’ho mai incontrato in altre occasioni».

Anche da Rita Marino, la segretaria di Fini, i pm vogliono chiarimenti su quel parente. «Che lei sappia, Tulliani si è interessato di affari per il partito, di immobili dello stesso?». La segretaria non cede: «Lo escludo». Stessa storia con Donato Lamorte, storico braccio destro di Fini. «Lei conosce Tulliani?», gli chiedono i pm. «No, nella maniera più assoluta, non l’ho mai visto né conosciuto». Domande su domande per sapere di un certo Giancarlo Tulliani. A che pro? E per quale motivo la procura ha fatto ben due rogatorie nel Principato per stabilire la congruità del prezzo di vendita dell’immobile (ritenuto fondamentale per l’inchiesta) e poi, una volta appurato che era tre volte inferiore alle stime di mercato, non ha interrogato l’«intoccabile» Tulliani che al compagno della sorella propose l’acquirente off-shore che fece il prezzo e l’affare della vita?

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it - massimo.malpica@ilgiornale.it