Montecarlo, su Fini la Procura resta senza parole

Dopo le dieci domande sull’inchiesta lanciate dal <em>Giornale</em> i pm
convocano una surreale conferenza stampa: &quot;Leggetevi gli atti&quot;. E
spunta un filone parallelo nato da un esposto di militanti del
centrodestra a Domodossola

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Roma - Il Giornale domanda, la procura di Roma risponde a modo suo. Senza dir nulla. Senza entrare nel merito delle dieci domande formulate per chiedere conto di un’inchiesta - quella per truffa sulla casa di Montecarlo - conclusa velocemente e con una richiesta d’archiviazione che convince poco sotto molteplici aspetti. I titolari del procedimento, il procuratore Giovanni Ferrara e l’aggiunto Pierfilippo Laviani, hanno convocato la stampa per dire che loro hanno la coscienza a posto, gli atti prodotti parlano da soli. «Le risposte alle domande e alle critiche di chi polemizza sulla nostra decisione sono contenute nelle carte processuali. Queste, per il momento, sono coperte dal segreto istruttorio. Quando l’obbligo cesserà potranno essere lette e soddisfare le curiosità di chi pone domande e interrogativi sulla richiesta di archiviazione». Sintetico l’aggiunto Laviani: «I giudici parlano con le ordinanze, i decreti e le sentenze». Non entrano nel merito, dunque, le toghe romane. Non rispondono alle «critiche» mosse in relazione, a esempio, a quel che a un certo punto era stato definito lo snodo dell’inchiesta, e che poi si è rivelato di nessuna importanza perché di nessuna rilevanza penale bensì, eventualmente, civile: ovvero l’accertamento della congruità del prezzo di vendita dell’appartamento monegasco. Proprio per questo motivo l’autorità giudiziaria capitolina aveva disposto ben due rogatorie nel Principato, interrogato quattro testimoni, perquisito la sede di An, scoperto che c’erano state altre offerte d’acquisto. Si era persino informata sull’affitto dell’inquilino Giancarlo Tulliani, «dominus» dell’operazione immobiliare, stranamente mai ascoltato. Al contrario dell’ex tesoriere Francesco Pontone, indagato al pari dell’ex presidente Gianfranco Fini, ma soltanto lui (Pontone) costretto a sfilare a piazzale Clodio per rendere dichiarazioni. Delle dieci domande rivolte alla Procura, una sola era destinata a non avere certamente risposta. Quella sulla incredibile/sacrosanta blindatura della notizia dell’iscrizione a modello 21 («contro noti» dunque) di Gianfranco Fini. Una copertura che raramente è stata garantita ad altri illustri indagati, e che ha permesso al presidente della Camera di continuare a parlare di fiducia nei giudici senza essere costretto a reclamare per sé quello che aveva reclamato, per esempio, per Denis Verdini nel caso P3: le dimissioni per l’iscrizione sul registro degli indagati. Registro sul quale pure, tuttora, campeggia anche il nome di Fini. Essendo il procedimento di Montecarlo ancora in via di definizione.
E nel mentre gli esponenti della Destra (Marco di Andrea e Roberto Buonasorte) stanno ultimando la loro opposizione alla richiesta di archiviazione, si scopre che non furono solo gli uomini di Storace - definiti «nemici» da Fini - a presentare una denuncia-querela sull’affare monegasco. A chiedere alla procura (di Verbania) di indagare furono infatti i vertici «amici» del Pdl di Domodossola, tutta gente proveniente da An che si sentiva «scippata» dalla compravendita off shore: la capogruppo in Comune, Marisa Zariani, gli assessori Luca Albini e Flavio Zanni, il consigliere comunale Angelo Tamburella. Letto lo scoop del 28 luglio i quattro si rivolgono così al magistrato di Domodossola che girerà l’esposto a Roma: «Nel corso della militanza politica all’interno di detto partito (An) credendo nei valori, nelle idee, nella integrità mortale dei nostri leader (soprattutto in quella del Presidente) abbiamo provveduto a versare non solo la quota annuale di iscrizione al partito ma anche a devolvere finanziamenti per poter incrementare i nostri iscritti, gestire l’attività del partito sul territorio, provvedere al pagamento dei canoni di locazione, utenze varie (...). Qualora la notizia data dal Giornale corrispondesse al vero ci riteniamo soggetti del reato di truffa in quanto, ove detto immobile fosse stato venduto alle normali condizioni di mercato, il ricavato avrebbe potuto far parte del patrimonio della Fondazione». La notizia era vera. Ma per eventuali doglianze si passi al civile, che al penale non c’è più posto.