Montecitorio: centocinquant’anni di storielle patrie

Dai rimborsi spese alla cerimonia del ventaglio, resoconti inediti di segreti e privilegi dei deputati d’Italia

Domani alle ore 18 presso la Camera dei deputati, Sala del Mappamondo, Pier Ferdinando Casini, Fulco Lanchester e Luciano Violante, moderatore Silvio Traversa, presenteranno il volume Interno Montecitorio. Storie sconosciute, di Mario Pacelli, edito dalla Leonardo International.
Con modica spesa, 18 euro appena, avete l'opportunità di fare un bel viaggio nel tempo: centocinquant’anni e passa di storia patria visti dall'osservatorio privilegiato della Camera dei deputati. Approfittatene, non ve ne pentirete. Vi accompagnerà per mano Mario Pacelli, che ha trascorso una vita a Montecitorio in veste di funzionario, è autore di bei saggi sulle nostre istituzioni parlamentari e ora che è in pensione e potrebbe starsene in santa pace trascorre le giornate nella fornitissima biblioteca della Camera a caccia di «chicche». Di un tale topo di biblioteca potete fidarvi. Perché nessuno più di lui è a conoscenza dei tanti segreti e misteri di Montecitorio.
Un grande giornalista che la sapeva lunga, Enrico Mattei, sosteneva che la storia d'Italia è piuttosto noiosa ancorché istruttiva. In compenso le storielle patrie sono quanto di più sfizioso si possa immaginare. Anche in questo più recente volumetto Pacelli fa tesoro di tale assunto. La sua opera comprende diverse stratificazioni intimamente collegate tra loro. Da un lato c’è la storia delle varie sedi della Camera: Palazzo Carignano a Torino, Palazzo Vecchio a Firenze, Montecitorio a Roma. Dall’altro c’è la storia della burocrazia parlamentare e dei suoi controversi rapporti con una classe politica che per molto tempo ha preteso di allungare le mani sull’amministrazione. Dall’altro ancora c’è qua e là uno squarcio di vita parlamentare dai tempi di Cavour ai giorni nostri.
Ma il maggior pregio di quest’opera di Pacelli, come poco sopra si diceva, sono per l’appunto le «chicche» che illuminano praticamente ogni pagina. Qui basterà ricordarne solo qualcuna. Lo Statuto Albertino stabiliva la gratuità del mandato parlamentare: una maledizione per chi non era un beato possidente. Pensa e ripensa, fatta la legge, trovato l’inganno. E così solo nel 1913 i deputati fruirono sì di una modesta indennità, ma solo a titolo di rimborso spese. Quando il fascismo si consolidò in regime il seggio del primo ministro alla Camera fu posto su una pedana per significare che Mussolini rispetto ai ministri non era un primus inter pares ma un primus solus.
Nell’aula Comotto, costruita con legno e ferro nel cortile di Montecitorio dopo la conquista di Roma, d’estate faceva un caldo terribile. Da allora invalse l’uso da parte della stampa parlamentare di regalare al presidente dell’assemblea un ventaglio per mitigare la calura. Una cerimonia, quella del ventaglio, che è rimasta fino ad oggi e permette ai presidenti di Camera e Senato di svolgere considerazioni sulla funzionalità parlamentare. Ma d’inverno nell'aula Comotto faceva un tale freddo che fu consentito ai deputati di tenere indosso cappotto e cappello. Perciò fu affidato all'architetto Basile il compito di progettare una nuova aula e una nuova ala di Montecitorio, un vero e proprio palazzo attaccato a quello antico. I lavori andarono avanti per oltre tre lustri e costarono un occhio della testa. Pensate, circa cinquanta milioni dell’epoca.
Oggi i giornalisti parlamentari godono di parecchi privilegi. Stanno dappertutto: nel Transatlantico; alla buvette; al ristorante della Camera con tavolini a loro riservati. E hanno belle sale tutte per loro, dotate delle più sofisticate diavolerie informatiche. Stando così le cose, vivono praticamente in simbiosi con gli eletti del popolo. I loro colleghi di una volta non erano così fortunati. Potevano sì accedere alla Camera ma avevano il divieto di introdursi nel Transatlantico e perciò minori occasioni di interloquire con i deputati. A pensarci bene, forse non erano così sfortunati come potrebbe sembrare. Perché se un ministro ti invita a cena, il giorno dopo non puoi attaccarlo sul tuo giornale. Non sarebbe carino. O no?
paoloarmaroli@tin.it