Montecitorio, oggi è il giorno di Fini

Dopo tre fumate nere oggi sarà eletto il presidente della Camera. Emiciclo trasformato dalla massiccia presenza dei parlamentari leghisti e dalla scomparsa dei comunisti. In aula sfilano le new entry. <strong><a href="/a.pic1?ID=258295">Senato, Schifani eletto presidente</a></strong>

Tema: primo giorno della sedicesima legislatura a Montecitorio. Che cosa ti ha colpito? Svolgimento: innanzitutto il tricolore. Il verde dei leghisti raddoppiati (cravatte, fazzoletti ma anche un paio di camicie), il nero dei tailleur delle onorevoli, il grigio degli abiti stile Bankitalia della maggioranza dei deputati. E poi... il parentume. Nella tribuna riservata agli ospiti, ma anche fuori dal palazzo, mogli, madri, figli, cugini, amici e amiche. Gran festa anche per loro, in un mare di sorrisi appena appena velati da qualche inarcata di palpebre segnalata a sinistra per via delle cocenti disfatte delle ultime due settimane.

Ma ancor più dei colori e dei parenti, forse, ha lasciato il segno vedere Rosy Bindi sedere nei banchi dove forse c’erano Giordano o Diliberto. O Casini sistemato là dove erano i Ds. Spazzata via la sinistra radicale e impetuosamente cresciuto il centrodestra è come se uno tsunami avesse spostato le forze politiche. Fatti più in là! E allora i leghisti sono dove sedeva Craxi, e i pidiellini saltellano felici là dove c’erano Dc, Psdi, Pli, Pri e il partito di Almirante. Entrano in carrozzella Gianfranco Paglia (Pdl) ferito nel ’92 al check point Pasta, a Mogadiscio, e Ileana Argentin (Pd) già delegata del sindaco Veltroni per i problemi dell’handicap. Hanno costruito passerelle e speciali ascensori per i due. Segno di civiltà che Paglia vorrebbe fosse allargato al Paese. Il caso ha voluto che gli speciali aggeggi abbiano bene impresso il marchio Thyssen che tanto popolare non è dall’incendio di Torino. E a proposito di Thyssen: ecco Antonio Boccuzzi, scampato alla tragedia. È felice e spaesato. In più, fumatore e dunque costretto a uscire nel cortile dove - vedi tu il destino - siede a lungo e chiacchiera con Calearo, l’imprenditore vicentino messo in lista dal Pd, pure lui fumatore come Gianfranco Fini che avverte: «Voglio un locale per fumatori come in Senato e non uscire in cortile...».

Prima chiama per l’elezione del presidente della Camera. Berlusconi risulta assente. È in una stanza a lato dell’aula, in un ultimo vertice. Già perché tra l’altro lui (come Fini e non pochi altri) risulta eletto in più circoscrizioni e deve scegliere, tant’è che ci sono larghi vuoti quando Castagnetti - vicepresidente più anziano della scorsa legislatura - apre la riunione. Ci sono subentranti ancora non avvertiti. Non è il caso di Giorgio Stracquadanio, già senatore: in nottata, una telefonata gli ha notificato la rinuncia dell’eurodeputata di An Cristiana Muscardini: come un gol al 95’. Non è il solo senatore trasferitosi a Montecitorio: ci sono l’azzurro Vegas, c’è Marcello De Angelis amico di vecchia data di Alemanno e grande grafico a Italia Settimanale: in totale dovrebbero essere una decina. E i giornalisti? Ecco uno dietro l’altro avviarsi alla buvette Mottola, Farina, Lehner, Mazzoni. Ecco Barbara Mannucci accanto alla quale si è seduto Berlusconi, presto fatta miss Montecitorio, spodestando d’un botto Carfagna e Prestigiacomo. Finisce la prima chiama: Fini 325, bianche 278. Nei primi tre voti occorrono i due terzi e tutti già si dicono convinti che sarà solo oggi che il presidente di An salirà al soglio, così escono a ciarlare in Transatlantico. Qualcuno si fa prendere la mano e chiede all’amico (con badge da portaborse) di fotografarlo. In realtà sarebbe vietatissimo, ma i commessi alzano gli occhi al cielo. Gianluca Buonanno, neoeletto Lega, scorge un pallido Veltroni e gli si piazza davanti: «È per te!», gli dice. Consegnandogli una bottiglia di whisky con etichetta che recita «bevi per dimenticare». L’ex sindaco di Roma risponde placido: «Grazie, sono astemio!».

Arriva Bossi ed esplode il centrodestra dell’emiciclo che invece era per un pezzo freddino (i leghisti non hanno applaudito) quando Castagnetti aveva rivolto il solito «deferente» saluto a Napolitano. Anche per Alemanno che prima d’indossare la veste di sindaco vuol votare Fini presidente della Camera, sono ululati di gioia. Proprio Bossi e Alemanno si abbracciano, mentre tra Fini e Veltroni e poi Fini e Casini c’è solo una stretta di mano. Nel frattempo spuntano le prime grane: intanto i Mario Pepe sono raddoppiati. C’era l’azzurro, ora c’è l’omonimo del Pd. Come regolarsi? Secondo problema: nella seconda votazione per il presidente (Fini 308, bianche 253) spunta una scheda in più dei votanti. Chi è che ha messo due fogli nell’urna?! Va’ a capirlo. Si decide di far finta di niente e si procede con la terza (301 Fini, 245 bianche, 12 disperse, 10 nulle) rinviando a oggi il voto decisivo.

Jean Leonard Touadì, dipietrista nato a Brazzaville, in Congo, dice intanto di avvertire «grande responsabilità» e ammette l’emozione. Pochi metri più in là il generale Speciale eletto dal centrodestra si mostra tranquillo: «Ho varcato questi portoni tante volte, in altra veste...». E comunque l’importante è stare lì in questo primo giorno di scuola. Come testimonia Casini che chiude la passerella confessando amleticamente: «Esserci o non esserci. Questa la discriminante!».
Alessandro M. Caprettini