Montecitorio si scatena fra lutto al braccio e zuffe

Battesimo per il nuovo esecutivo: Catricalà sbaglia strada e non sa dov’è l’Aula.Tremonti finisce al posto di Papa, la Carlucci passeggia avvilita e Barbato si rasa

Roma - Il paradosso: nel giorno in cui il governo Monti ottiene la fiducia quasi plebiscitaria di 556 «sì», la stragrande maggioranza dei deputati guarda con sospetto i «tecnici». Come se fossero intrusi nel loro circolo con, quel che è peggio, quell’aria un po’ da professorini. Due bestie diverse, obbligate ad usmarsi. E quando il premier, replicando agli interventi, scivola sul «nel darci o ritirarci la fiducia, tenete conto della fiducia dei cittadini in voi», nell’emiciclo è gelo. Poi, lo sfogo in Transatlantico: «Come si permette? La fiducia dei nostri cittadini? Noi i voti li abbiamo presi sul territorio, facendoci un c. così... E lui? È stato solo piazzato lì», si sfogano onorevoli di Pdl e Lega. I tecnocrati piacciono alla gente che piace ma non a quella del Palazzo che li scruta come fossero marziani.

D’altronde alcuni di loro sono ancora spaesati. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, verso le 9,30 s’imbatte in due cronisti: «Scusate, l’Aula è di là vero?». Peccato che si diriga verso la buvette. «No, no, dall’altra parte...».
L’accoglienza a Monti è freddina, alle 10 gli scranni sono ancora mezzi vuoti, e mentre parla Franceschini l’Aula è ancora sonnacchiosa. Se il calore non si percepisce, si sente invece un chiacchiericcio continuo che indispettisce il premier, proteso in avanti per ascoltare anche l’intervento dell’ultimo peones. Brusio e andirivieni di deputati, molti dei quali scodinzolanti davanti al banchiere neo ministro delle Infrastrutture e dello Sviluppo, Corrado Passera. Persino Bersani viene chiamato all’ordine dal presidente Fini: «Pregherei di salutare i ministri in un altro momèèènto», rimbrotta il presidente. E il deputato del Carroccio che sta parlando: «Anche perché se lo dovessero fare tutti quelli della maggioranza staremmo qua fino a domani...». Si ridacchia e Monti pare infastidito. Non è abituato ai riti e alle consuetudini dell’Aula, risse incluse. Infatti scoppia una semi zuffa tra i deputati pidiellini Cicu e Nizzi. «Cose sarde», diranno poi. Non manca il «colore»: Domenico Scilipoti, che assieme ad Alessandra Mussolini vota contro il governo Monti in dissenso al suo gruppo, si presenta con una fascia nera al braccio in segno di lutto. «Lutto della democrazia», spiega. Poi denuncerà: «Potendo parlare per solo un minuto, ho chiesto che il mio intervento venisse allegato ai resoconti parlamentari. Cosa che accade sempre. Peccato che Fini poi me l’abbia impedito dicendo che in alcuni passaggi era “troppo forte”. Siamo già alla censura?».

La discussione parlamentare prosegue con un osservatore particolare: Gianni Letta, per anni seduto nei banchi del governo e ora in tribuna, non lontano da una scolaresca in visita. A lui il ringraziamento del premier: «Sono rimasto colpito per il fatto che ieri e oggi una persona, molto rispettata da tutti, mi ha usato la grande cortesia di essere presente per ascoltarmi: Gianni Letta». Inchino dell’ex sottosegretario e applausi scroscianti, inclusi molti del Pd. Battimani insistito, ma solo dal centrodestra, anche quando entra Berlusconi che va a sedersi in mezzo ai suoi. Sotto di lui l’ex ministro Tremonti a cui, in realtà, è stato assegnato il posto che fu di Alfonso Papa, ora agli arresti domiciliari. Commento dell’onorevole Amedeo Laboccetta: «Speriamo che a lui porti più fortuna...».

Gli interventi si susseguono, Monti chiede di non usare la frase «staccare la spina» perché «non ci consideriamo un apparecchio elettrico, e non saprei a quel punto se dovremmo essere un rasoio o un polmone artificiale» e poi giura: «di poteri forti non ne conosco». È l’accusa che gli dà più fastidio: «L’Economist mi definì il Saddam Hussein del business. Ecco perché davanti a certi paragoni siamo leggermente disturbati». Poi ascolta gli altri interventi, distratto da una miriade di bigliettini recapitati dai parlamentari. Quello di Enrico Letta è particolarmente servile e untuoso: «Mario quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente».

Per il resto la Camera pare sconquassata dalla presenza dei tecnici ed è tutto un ribollire di sentimenti contrastanti. Da una Carlucci che a passi da fenicottero se ne va via da sola (dice: «Sono avvilita, mi considerano uno zero, un’ingrata venuta dal nulla») a un Franco Barbato (Idv) che con gioia si fa tagliare i capelli da un giornalista in piazza Montecitorio: «Lo avevo promesso per festeggiare la caduta di Berlusconi».