Monteleone: "Io regista macho dirigo un plotone di otto donne"

il regista di <em>El Alamein</em> e <em>Il capo dei capi</em> ha finito <em>Due partite</em> tratto da una pièce della Comencini: &quot;Nel cinema italiano comico c'è una dittatura maschile&quot;. Nel cast la Buy, la Ferrari e le &quot;figlie&quot; Pandolfi e Crescentini

Roma - «Mi stupisco dello stupore altrui. Quando mi chiedono come faccio a scoprire certi attori, rispondo: basta andare a teatro», spiega Enzo Monteleone, sceneggiatore e regista padovano classe 1954, noto al largo pubblico televisivo, dopo gli ottimi esiti della miniserie Il capo dei capi. Di fatto, Monteleone è legato al cinema d’autore, sia per le sue collaborazioni, a livello di sceneggiatura, con Gabriele Salvatores (Marrakech-Espress, Mediterraneo e Puerto Escondido), sia per quella sua tesa volontà civile di raccontare cose e persone normali, però con un taglio del tutto particolare: malinconico, ma non vinto, dolcemente mite, ma non perdente. Chi non ricorda l’Italietta fascista, che Monteleone seppe descrivere più di cento libri, con El Alamein, dove per la prima volta un regista italiano affrontava il tema della nostra sconfitta in Nordafrica, durante la seconda Guerra Mondiale, senza disfattismi di maniera? «Anche lì, tutti a dirmi: ma come hai scovato Pierfrancesco Favino, è un attore eccezionale. Nessuno lo voleva: i produttori, pigri come al solito, mi consigliavano di prendere qualcuno già noto. Ma tenni duro, perché Favino è un attore meraviglioso ed io ne intuii le potenzialità fin da subito», dice l’artista, finalmente in vacanza con la famiglia, finite le riprese di Due partite, la commedia drammatica tratta dalla fortunata pièce teatrale di Cristina Comencini, che sbarcherà nelle sale l’8 marzo prossimo, in coincidenza con la Festa delle donne. Non sarà stato facile, per un artista schivo come lui, finora impegnato in storie virili di ampio respiro, dirigere due gruppi di quattro signore ciascuno, e tutte d’importanza, oltre che d’una certa indiscussa venustà. E se nel dramma in due atti della Comencini recitavano Margherita Buy, Isabella Ferrari, Valeria Melillo e Marina Massironi, nei panni borghesi di quattro annoiate signore dei primi anni Sessanta, che puntualmente giocano insieme a poker, nel film ora prodotto da Cattleya e RaiCinema, si aggiungono Carolina Crescentini, Alba Rohrwacher, Valeria Melillo e Claudia Pandolfi, nei ruoli delle figlie dei tempi nostri, problematiche e disoccupate, mentre la new entry Paola Cortellesi è nella parte di una delle mamme in gioco, al posto della Melillo, spostata nel rango filiale.

«È la prima volta che mi trovo davanti un plotone rosa, ma lavorare con queste professioniste, riunite in un eccezionale gruppo, è stata un’esperienza gradevole. Il cast è decisivo: ho “abbinato” mamma Ferrari alla Rohrwacher, perché hanno gli stessi colori chiari e gli occhi celesti; Paola Cortellesi con Claudia Pandolfi, perché hanno lo stesso viso spiritoso, la Massironi con la Melillo, sempre per via dei capelli biondi e degli occhi celesti e Margherita Buy avrà Carolina Crescentini per figlia, perché, oltre al feeling tra le interpreti, occorreva un grado di somiglianza tra loro», anticipa Monteleone, il cui scrupolo filologico confina con la maniacalità. Dai Sessanta ai giorni nostri, insomma, vedremo uno scontro madri-figlie al calor bianco. «Finora, nel cinema italiano c’è una dittatura maschile, soprattutto nel campo della comicità. I vari Pieraccioni e De Sica fanno i mattatori nei film di Natale, con corteo di bellone... Ma è un difetto che ha pure il cinema americano. Basta guardare alla tragedia greca: anche lì, i ruoli comici erano ricoperti da uomini travestiti», osserva il regista, che non ama lo spirito Usa.

«Quando girai Il capo dei capi, puntai anche sul personaggio di Ninetta Bagarella, la moglie di Riina e sulla moglie del poliziotto, che raccontava l’umanità della paura quotidiana di chi attende, a casa, il proprio uomo. E anche in quell’occasione, conobbi Gioè a teatro: aveva già fatto La meglio gioventù, ma dovetti imporlo. I produttori italiani vorrebbero i soliti tre: Bova, Zingaretti e Castellitto». Eppure, il cinema italiano sembra in gran rilancio... «Funziona come per le botti di vino, o le classi scolastiche: ora si produce qualcosa di buono, ora no, ciclicamente. A Caterina D'Amico di RaiCinema avevo pronosticato il successo di Gomorra, del mio amico Matteo Garrone. Il suo film mi ha incantato, ma quei dieci milioni di euro d’incasso, parlano da soli. Altro che Un’estate al mare!».