Il Montenegro adesso chiede un seggio all’Onu

Roberto Fabbri

Scenario «italiano» per il referendum sull’indipendenza del Montenegro. Un pugno di voti, circa millecinquecento su poco più di 400mila espressi, ha deciso per il distacco della piccola Repubblica balcanica affacciata sull’Adriatico dalla Serbia. Solo ieri pomeriggio la commissione elettorale di Podgorica ha diffuso dati praticamente definitivi, che assegnano al «sì» il 55,4 per cento. Considerato che per convalidare la vittoria dei secessionisti era stata concordata con l’Unione Europea la soglia di sicurezza del 54 per cento, si può davvero dire che il successo sia stato colto sul filo di lana.
Non mancano, tuttavia, le contestazioni. Già la notte scorsa, mentre a Podgorica la folla festeggiava in piazza con bandiere e fuochi d’artificio, Predrag Bulatovic, il leader socialista del fronte dei fedeli a Belgrado, aveva tentato di contestare la validità del risultato. E verso le 18 di ieri si è materializzato il giallo: il responsabile della commissione elettorale, lo slovacco Frantisek Lipka, ha detto che a causa di contestazioni su circa 25mila schede votate nella capitale la proclamazione dei risultati ufficiali è stata rinviata sine die: difficile che lo stallo si sblocchi prima di oggi.
Appena prima da Bruxelles, che della trasparenza dell’operazione montenegrina si è erta a garante, si era fatta sentire la voce di Javier Solana, l’alto rappresentante della politica estera dell’Ue che, per ironia del destino, era stato a suo tempo tra gli artefici della nascita della federazione tra Serbia e Montenegro. «Rispetteremo pienamente il risultato del referendum», ha detto Solana congratulandosi con il popolo montenegrino e parlando di «successo», pienamente giustificato dall’altissima affluenza alle urne (il dato finale è dell’86,3%) e dall’assenza di qualsiasi incidente: il che, visto il contesto balcanico, non era alla vigilia una certezza.
Detto che anche l’Osce e la Nato hanno riconosciuto la validità della consultazione e quindi di fatto la legittimità del Montenegro a considerarsi uno Stato indipendente, si aprono ora - proclamazione ufficiale dei risultati a parte - due questioni principali: quella dei rapporti tra Podgorica e Belgrado e quella del futuro accesso dei due Stati ormai separati all’Unione europea. Il presidente serbo Kostunica aveva chiesto ai montenegrini di votare per un futuro europeo in comune con Belgrado e non è stato ascoltato; il premier montenegrino Djukanovic ha detto che «il voto è stato l’espressione della via europea, non violenta e non sanguinaria, verso l’indipendenza» e ha messo in testa alle sue priorità il dialogo con Belgrado e con l’Europa. Intanto, però, chiede che entro settembre il Montenegro ottenga il suo seggio alle Nazioni Unite e incassa il riconoscimento della ex nemica Croazia: anche questo un segno dei tempi.
Quanto all’accesso all’Europa, gli indipendentisti montenegrini ritengono che, affrancatisi da Belgrado, le chances del loro Paese siano cresciute, non foss’altro perché resta alla Serbia la palla al piede della questione dei criminali di guerra latitanti Mladic e Karadzic. La stessa Ue preferisce un doppio binario: ma prima Podgorica e Belgrado dovranno risolvere tra di loro le varie questioni bilaterali insolute.
Con l’indipendenza del Montenegro, anche la sesta e ultima Repubblica della defunta Jugoslavia di Tito prende la sua strada. Ma all’orizzonte, nessuno se lo nasconde, si delinea il problema dello status di quello che potrebbe diventare il settimo Stato post-jugoslavo: il Kosovo. L’attuale provincia serba a maggioranza etnica albanese è di fatto un protettorato della Nato e i negoziati internazionali sul suo futuro condotti dall’inviato finlandese dell’Ue Martti Ahtisaari non sembrano soddisfare nessuno. Meno che mai Kostunica, disposto al più ad offrire ai kosovari l’autonomia all’interno di uno Stato serbo che continua a perdere pezzi. Ma ieri il premier kosovaro Agim Ceku si è affrettato a parlare di «dissolvimento della Jugoslavia» e a dichiarare che entro quest’anno anche Pristina sarà la capitale di uno Stato indipendente.