Montenegro, in testa il «sì» al divorzio da Belgrado

Roberto Fabbri

Un certo scetticismo rispetto ai numeri offerti dagli exit poll elettorali è doveroso (noi italiani lo sappiamo bene), ma il risultato ufficiale del referendum sull’indipendenza del Montenegro non sarà noto prima di stamattina. E allora gli indipendentisti guidati dal premier Milo Djukanovic possono, per ora e incrociando le dita, gioire, perché secondo queste rilevazioni avrebbero avuto la meglio con il 55,3 per cento dei voti: poco più di quell’anomalo 55 per cento richiesto per attribuire la vittoria ai sì e sciogliere l’unione con Belgrado (che dura dal 1918) della piccola e fiera Repubblica balcanica, la cui capitale Podgorica ha dimensioni tali per cui in Italia stenterebbe ad avere il pur inflazionato rango di capoluogo di provincia. Subito dopo l’annuncio dato dalla Tv, una folla entusiasta si è radunata davanti al Parlamento con le bandiere nazionali rosso-oro, mentre il cielo si colorava di fuochi d’artificio ed echeggiavano spari di gioia. Forse un po’troppo presto per cantare vittoria.
Pochi minuti prima, il numero due del fronte contrario alla secessione, il presidente del Partito popolare Predrag Popovic, aveva gettato il sasso nello stagno annunciando che la vittoria del no era «molto vicina». Non molti si erano lasciati impressionare, anche valutando che l’annuncio di un dato sicuro sarebbe certamente stato affidato al leader del fronte filoserbo Predrag Bulatovic. Il quale, dopo l’annuncio dei dati degli exit poll, ha negato che si possa parlare di vittoria degli indipendentisti prima della proclamazione dei dati ufficiali.
I montenegrini hanno risposto in massa (si fa per dire, considerando che gli aventi diritto al voto nella piccola Repubblica erano in tutto 479mila) alla chiamata alle urne: la percentuale di quanti si sono recati ai seggi ha superato l’87 per cento, che testimonia di quanto la questione dell’indipendenza fosse, per un verso o per l’altro, sentita.
Va detto che l’altissima affluenza rappresenta un problema per l’affidabilità degli exit poll, che erano stati «tarati» prevedendo un numero più basso di elettori effettivi. Ecco dunque che l’interpretazione anticipata dei risultati, già resa difficile dal prevedibile «testa a testa» tra il sì e il no all’indipendenza e più ancora dall’insolita quota del 55 per cento richiesta per attribuire la vittoria ai sì, appare più che mai soggetta a incertezze.
Se comunque di indipendenza si tratterà, il Montenegro sarà la sesta Repubblica della ex Jugoslavia ad accedervi, e la più piccola con una popolazione di circa 650mila abitanti, all’incirca equivalente a quella della città di Genova.
Questo risultato, stando almeno ai sondaggi condotti negli ultimi giorni, non dovrebbe essere accolto dai serbi con particolare disagio. Secondo la rilevazione più affidabile, il 54 per cento dei serbi sarebbe d’accordo a separarsi dai montenegrini, contro un 30 per cento di contrari e un 16 per cento di indifferenti. Il presidente Vojislav Kostunica, invece, aveva lanciato un appello ai montenegrini perché scegliessero «un futuro europeo accanto alla Serbia». Non accolto, a quanto pare.