Montesquieu il miglior alleato di Bush

In realtà la reazione americana ha radici nel diritto degli stati, già teorizzato nel Settecento dal grande giurista francese

Fu Benedetto Croce, dopo la fine della seconda guerra mondiale, ad invitare gli analisti del passato a farsi «storici del proprio tempo», ricordando quanto la riflessione in presa diretta sull’età terribile delle dittature europee avesse raffinato e arricchito il suo percorso storiografico e gli avesse fatto «sentire che l’opera del pensatore deve fondersi con quella del cittadino e dell'uomo». Il drammatico aggravarsi della crisi internazionale di questi ultimi cinque anni ha fatto sì che quell'appello a confrontarsi con le vicende della «storia recentissima» sia tornato imperativo. Anche in Italia, alcuni storici hanno allargato la materia dei propri studi dal «breve Ventesimo secolo» fino alla data dell’11 settembre 2001, che sicuramente avrà, nei futuri manuali scolastici, la stessa importanza di spartiacque cronologico, tradizionalmente attribuita all'agosto 1914 e al settembre 1939.
Questa attenzione per l'attualità, naturalmente, comporta dei pericoli. Storia e memoria possono confondersi, fino a creare un cortocircuito pericoloso, col rischio di appannare la lucidità del giudizio, e di spalancare le porte, viceversa, ai pregiudizi del «politicamente corretto». In questo modo, proprio lo storico può trovarsi, consapevolmente o inconsapevolmente, a farsi propagatore di tesi che azzerano ogni differenza tra culture, che, al contrario, restano radicalmente diverse e non assimilabili, con conseguenze gravi non solo sulla ricostruzione del passato ma anche sulla lettura del presente.
Questo rischio mi pare latente nel volume di Emilio Gentile: La democrazia di Dio. La religione americana nell'era dell'impero e del terrore (Laterza, 2006, pagg. 265, euro 16). Nelle pagine dell'introduzione, infatti, la categoria della «religione politica», già precedentemente utilizzata dall'autore per l'analisi del presunto totalitarismo fascista, viene piegata alla descrizione dell'America di George Bush, nella quale, afferma Gentile: «Il muro di separazione tra Stato e Chiesa non ha mai separato la religione e la politica, che hanno sempre vissuto in simbiosi, con il consenso della maggioranza della popolazione». La risposta al massacro delle Twin Towers avrebbe fornito la più clamorosa riprova di questa anomalia, dato che la war on terror ha immediatamente assunto, non solo nelle reazioni dell’opinione pubblica, ma anche nelle dichiarazioni dell’amministrazione statunitense, la caratteristica di «guerra santa» contro l’«asse del male» costituito dal terrorismo islamista.
Fin qui l'analisi di Gentile. E fin qui, naturalmente, nulla di male, se si eccettua il fatto che questa interpretazione può offrire il destro a tracciare una sorta di improbabile «equivicinanza» tra il fondamentalismo religioso, di cui alcune scorie scorrono nelle vene dell'America, e quello profondamente radicato in alcuni paesi dell’Islam. Ma è un’analogia superficiale, priva di consistenza, anche se, sicuramente, negli Usa, esiste un forte gruppo di pressione, guidato da teologi cattolici e protestanti, che, dopo e anche prima l’11 settembre, ha parlato di «guerra giusta» contro la minaccia terroristica e quindi di una forma di conflitto, legittima in sé per sé, in quanto iscritta in un disegno provvidenzialistico, che non ha bisogno di alcuna sanzione giuridica. Questa tendenza non ha influenzato tuttavia la linea politica della Casa bianca, al di là di alcuni slogan propagandistici, che ricordano da vicino quelli utilizzati da Roosevelt e persino da Churchill per bandire la crociata delle democrazie contro il male radicale del nazionalsocialismo.
Il gabinetto statunitense ha improntato invece la sua belligeranza contro il terrore al rispetto, almeno tendenziale, del vigente diritto internazionale, nonostante il fatto che quella presa di armi, non possa essere inserita in nessuna precisa cornice giuridica, essendosi configurato, con l'assalto al World Trade Center, uno stato d'eccezione, nel quale alla tradizionale «nebbia della guerra» si è aggiunta quella, che ancora oggi, fitta e impenetrabile, grava sulla disciplina dei nuovi rapporti internazionali.
Il conflitto contro al Qaida e gli Stati fiancheggiatori è stato intrapreso, infatti, nella linea del principio di autodifesa, sancito dall'Onu, come estensione della antica «guerra contro i pirati» e quindi contro tutti coloro che, postisi fuori del diritto delle genti, non possono essere considerati detentori degli stessi diritti di un combattente regolare. Di qui la spiegazione, ma non la giustificazione, delle pure raccapriccianti «gabbie di Guantanamo». Di qui l'utilizzazione e la teorizzazione del first strike (nella sua duplice versione di attacco e di guerra «preventivi»), che fa parte, contrariamente a quanto troppo spesso affermato, della giurisprudenza, se non propriamente della dottrina del diritto pubblico internazionale, e che, trovò, già alla metà del Settecento, una sua precisa formulazione in uno dei più grandi giuristi europei di tutti i tempi, Montesquieu, il quale riteneva del tutto giustificata l’azione armata contro un «pericolo imminente».
Anche di tutto questo e soprattutto di tutto questo, uno storico dovrebbe parlare per portare il contributo delle sue competenze nella drammatica ora attuale. Non lo si è fatto, invece. Peggio si è lasciato, chi ha avuto il coraggio di levare la sua voce, in una condizione di solitudine pericolosa, circondato da un assordante silenzio. Ieri, Oriana Fallaci. Oggi, il Pontefice, che, nelle sue recenti esternazioni, ha avuto il solo torto di affermare una verità storica indiscutibile, che a molti appare però soltanto scomoda. E cioè che la «guerra-crociata» del Cristianesimo, al contrario della jihad musulmana, si è sempre configurata, almeno in linea di principio, come «guerra difensiva», per garantire il libero accesso ai luoghi santi e per contrastare le ripetute invasioni dell'Islam verso il nostro continente.
È questo il merito intrinseco di una religione, che ha parzialmente eliminato il germe di inesauribile conflittualità presente in ogni credo, utilizzando il filo della spada, non per la conversione violenta degli infedeli, ma solo per costringere a rientrare nella Chiesa del Signore chi da essa si era distaccato con lo scisma e l'eresia. Di quelle atrocità antiche, Roma ha poi chiesto da tempo pubblico e formale perdono, anche grazie allo stimolo del pensiero occidentale, laico, che a partire dal XVI secolo, ha sempre dichiarato non essere né giusta né giustificata una guerra, ingaggiata solo per corrispondere alla volontà di Dio. Un convincimento, questo, che il Nuovo Mondo ha assorbito dal Vecchio Continente e che oggi segna la differenza tra l'Occidente e altri popoli e altre civilizzazioni a noi geograficamente così vicini, eppure altrimenti così distanti.
eugeniodirienzo@tiscali.it