Montezemolo agli industriali: «Troppi veleni, ora tutti zitti»

Lettera del presidente agli associati: silenzio stampa per evitare strumentalizzazioni elettorali. Una mossa per frenare il dissenso. E oggi si riunisce il direttivo

da Roma

«A Casette d’Ete poteri forti non ce ne sono». Rivendica tutta la sua marchigianità, Diego Della Valle, ospite ieri di Ballarò, il giorno dopo le dimissioni dal consiglio direttivo di Confindustria. Della Valle non è diventato organico ai cosiddetti «poteri forti», anzi la sua scelta di abbandonare Viale dell’Astronomia è stata fatta in piena autonomia. «Confindustria - precisa - non mi ha chiesto di dimettermi. Sono stato io che voglio sentirmi libero di dire cose educate, civili, di poter parlare e di non di sentirmi dire, ogni volta che dico qualcosa, che sono comunista. Anche mio figlio mi chiede che cosa vuol dire questa parola comunista». E poi via con una serie di battute sul familismo ascolano di Mister Tod’s. Lo zio comunista che gli rimprovera di confondere la gente sui veri comunisti con tutte quelle accuse che gli piovono addosso; la madre settantacinquenne che dopo l’intervento di Berlusconi a Vicenza gli domanda: «Ma che cosa c’entriamo con gli armadi?» riferendosi alla battuta del premier sugli imprenditori che scelgono l’Unione. Anzi, dice di più, Confindustria «non può dimenticare le Pmi perché è un’associazione libera che viene stimolata». La linea di Montezemolo, quindi, rappresenta il vero e l’unico ecumenismo possibile in Viale dell’Astronomia. E la parte iniziale del programma è proprio dedicata alla kermesse vicentina. A telecamere spente Diego Della Valle è tranquillo, si gode i flash dei fotografi e con le mascelle serrate osserva i suoi interlocutori. Gli ospiti di centrosinistra vengono accolti con calorosi applausi: prima Piero Fassino, segretario dei Ds, e poi Alfonso Pecoraro Scanio, presidente dei Verdi. Entrambi, a turno, si fanno immortalare nell’atto di stringere la mano al nuovo deus ex machina della gauche nostrana. Poi inizia la trasmissione: gag di Gene Gnocchi sul convegno confindustriale e a seguire servizio serio sulla due giorni di Vicenza con la performance del premier in primo piano. Si torna in studio. E Floris a domandare: «Ma, dottor Della Valle, che cosa voleva dire a Berlusconi?». E l’imprenditore impassibile: «Sarebbe stato meglio non aver avuto nulla da rispondere. Il presidente del Consiglio è arrivato con questa violenza da Confindustria che lo aveva ospitato. Si alza, cancella le regole. E quello che è grave accusa me in modo pesantissimo e preoccupante di cose assurde, inutili, diffamanti». Insomma il Della Valle-pensiero è contro Berlusconi perché non è stato moderato e ha esercitato, a suo dire, un’aggressività da uno che «ti viene sotto come al bar», perché voleva «dettare i tempi e distruggere qualunque cosa». Ma è l’amarcord a dare qualche dispiacere all’imprenditore marchigiano che alla fine è costretto ad ammettere: «Non solo l’ho votato, l’ho seguito con grande entusiasmo e l’ho finanziato». Gli anni pionieristici di Forza Italia sono un ricordo sbiadito per Della Valle che oggi si divide tra Tod’s, Corriere della Sera e Bnl e attacca il premier anche come imprenditore: «Non è come noi, attaccandosi alla sottana della politica è diventato un uomo molto ricco». L’editoriale di Mieli? «Il Corriere ha fatto una cosa che è garanzia per chi lo legge». L’intervento del presidente del Consiglio a Vicenza «è stato un tentativo di impaurire gli azionisti del giornale». Della Valle, incalzato dal sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, sulle contraddizioni del centrosinistra che ammicca a Cgil e a Confindustria, perde un colpo. «La giunta di Confindustria è rappresentativa, dibatte». «Ma lei è d’accordo con la rottamazione di operai di 48 anni come chiede la Fiat?», aggiunge il sottosegretario. «Io vado poco in giunta», dice Della Valle senza fare una piega.
Della serata, con il ministro delle Comunicazioni Mario Landolfi e l’imprenditrice Luisa Todini, vanno ricordati inoltre due siparietti gestiti dal segretario dei Ds che ha accusato Sacconi di aver organizzato la presunta claque vicentina. Risposta: «Ma che dici? Povero Fassino, caro comunista». E poi un ulteriore attacco di Fassino al Giornale, definito una «gazzetta di propaganda per il centrodestra di 43 pagine al giorno». E ancora: «Vedete la pagliuzza nell’occhio di Mieli e non la trave nell’occhio di Belpietro?», ha detto il leader del Botteghino, più volte tentato di dettare i temi della trasmissione.