Montezemolo: "Emergenza fiscale". E l’Unione lo ripudia: è un padrone

Roma - La vera emergenza nazionale sono le tasse, e la proposta di tregua fiscale avanzata da Tommaso Padoa-Schioppa è da considerare un «impegno minimo». Nel giorno in cui incominciano le prime ricognizioni sulla prossima legge finanziaria, il presidente della Confindustria, Luca di Montezemolo, scrive una lettera aperta molto pesante nei confronti del governo. Parla di «Stato predatore» che, soprattutto a livello locale, ha aumentato a dismisura il peso del pubblico in economia, alimentando «privilegi e attività improduttive, e mangiando risorse che andrebbero investite sul futuro».

Un j’accuse vero e proprio, quello di Montezemolo, che ricorda fra l’altro i costi legati ai 180mila eletti che «vivono di politica», e i 17.500 consiglieri d’amministrazione, «lautamente retribuiti», di società pubbliche «che a livello locale sono diventate discariche di politici trombati». Per il presidente degli industriali italiani, è venuto il momento di innescare il circuito «meno tasse, meno spesa pubblica, più investimenti»: basta con la spesa in deficit. L’Italia cresce meno degli altri Paesi europei, «abbiamo poco tempo per compiere scelte responsabili».

Montezemolo ricorda che dal 1º gennaio prossimo la Germania abbasserà le tasse sulle imprese di «ben nove punti»; in Italia, al contrario, c’è ancora chi considera la riduzione del cuneo fiscale come un «regalo ai ricchi». Nella lettera, il presidente della Confindustria rilancia quindi due proposte: che ogni euro recuperato con la lotta all’evasione venga destinato a ridurre la pressione fiscale; e che il governo tagli le imposte a carico delle imprese in cambio della rinuncia agli incentivi.

Su quest’ultima proposta il governo sta lavorando. I tecnici di Visco ritengono possibile un taglio Ires (l’imposta sulle società) di 5, forse anche 6 punti percentuali. Attualmente l’aliquota ordinaria Ires è del 33%. Secondo l’economista Salvatore Biasco, che guida la commissione istituita da Visco per studiare la nuova tassazione sulle aziende, «la riduzione di 5, anche 6 punti, è fattibile; ma - aggiunge - vedo anche una detassazione condizionata a comportamenti che agevolano la crescita, un premio fiscale a chi investe». Alla fine, è più probabile che il governo metta sul piatto una riduzione «secca» dell’Ires in cambio della rinuncia, magari parziale, agli incentivi per le imprese. Uno scambio alla pari, senza oneri agiuntivi per i conti pubblici, che però sembra mirato sulla grande impresa, e delude invece le piccole aziende (che non versano l’Ires).

In attesa delle decisioni fiscali del governo, la lettera di Montezemolo ha smosso le acque politiche ancora stagnanti di fine agosto. Il centrodestra l’interpreta come una feroce critica nei confronti di Prodi, la sinistra accusa il presidente degli industriali di parlare «da padrone», o addirittura - come dice la capogruppo dei comunisti italiani alla Camera Manuela Palermi - d’essere «portatore di un disegno eversivo». Meno ideologico, e più politico, Clemente Mastella dice a Montezemolo: «Basta con i sermoni quotidiani: se il mio amico Luca vuole scendere in politica, lo faccia, si rimbocchi le maniche». E sempre da Telese, il ministro del Lavoro Cesare Damiano replica ribadendo che il governo «non aumenterà le tasse», e definendo «una buona idea» il baratto fra incentivi e diminuzione delle tasse a carico delle imprese: «Se si fa uno scambio, a costo zero, è nell’interesse di tutti».

«Montezemolo non si atteggi a capo dell’opposizione,e non faccia il verso a Bossi», attacca il segretario dello Sdi, Enrico Boselli. Ma il centrodestra vede semplicemente nella lettera del presidente della Confindustria la conferma dell’emergenza fiscale. «Per risolverla - commenta il segretario Udc, Lorenzo Cesa - occorre un altro quadro politico». Secondo Roberto Calderoli, la lettera di Montezemolo «potrebbe essere la prefazione del nostro manuale di rivolta fiscale: lo proporrò subito a Bossi». Solidale con Montezemolo anche Gianfranco Fini. «Le sue parole pongono una questione reale - osserva il leader di An - e il centrodestra deve pensare a una rivoluzione fiscale. Il problema - conclude - non sono le battute di Bossi, ma le tasse di Prodi».