Montezemolo scende in campo contro il «vuoto della politica» Ma il governo respinge le accuse

RomaOccorrerebbe davvero, un compiuto discorso sulle élite di questo Paese. Ma forse porterebbe davvero troppo lontano, rispetto a certe prese di posizione del presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, che non hanno mancato di suscitare qualche salace risposta da parte del governo Berlusconi.
Impegnato in un cospicuo giro di incontri per presentare e far conoscere la sua fondazione di nuovo conio, Italiafutura, ieri Montezemolo era a Genova. Dove, in un periodo non certo facile per la Fiat, ha voluto riprendere temi già affrontati l’altroieri, in primis la disaffezione dei cittadini nei confronti della politica e l’assoluta necessità di riforme, specie quella sulla giustizia («che non è un’invenzione del presidente del Consiglio», ha ripetuto). Inevitabile però che i giornalisti lo sollecitassero sulla crisi e la possibile chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. Così il presidente ha avuto modo di esprimere il suo pensiero senza eccessi di prudenza: «Non è la Fiat che fa la politica industriale... Una delle cose fondamentali di cui si sente la mancanza e l’esigenza nel Paese è proprio una coraggiosa, forte e chiara politica industriale». Un invito a nozze per la vena ironica del ministro Gianfranco Rotondi: «Con il presidente della Fiat così impegnato a dispensare consigli politici, è una vera fortuna che del futuro dell’azienda si occupi anche il governo...».
Più fattuale, è presto giunta anche la replica del coordinatore del Pdl, Sandro Bondi. «Quando Montezemolo sostiene che si sente la mancanza di una coraggiosa politica industriale si ha la conferma della storica assenza in Italia delle cosiddette élite, l’assenza cioè di una classe dirigente consapevole delle proprie responsabilità e dei propri doveri nei confronti dell’intero Paese. Tocca perciò alla politica, e a questo governo in particolare, riempire questo vuoto. Come in effetti sta avvenendo». Non si è trattato di un semplice scambio di frecciate, ed è facile intuire che prevalgono i sottintesi sui malintesi. Tanto più che a parlare di «vuoto», ma della politica, era stato poco prima lo stesso Montezemolo, secondo il quale «in questi anni si è assistito a una grande impotenza del Paese reale davanti al vuoto della politica». Una situazione che porta a due conseguenze, aveva aggiunto: «un malessere che alla lunga può diventare rigetto e poi ancora protesta» e, in secondo luogo, «un Paese fai-da-te, con persone generose e capaci, che cercano di fare il meglio in tutti i settori, col rischio che però ci siano gli italiani, ma non l’Italia». Parole che sembrano riecheggiare il famoso dualismo che accompagnò una lunga fase della catarsi finita in Tangentopoli: quella distinzione tra «casta politica manigolda» e «società civile virtuosa» che poi, nel corso degli anni, non si è rivelata capace di risolvere alcun problema. Anzi, talvolta aggravandoli. Montezemolo si attende che le «persone più responsabili dei due schieramenti abbassino i toni» e che «finiscano i veleni», così da poter cominciare una stagione condivisa di riforme che portino a «semplificare la vita dei cittadini, recuperando efficienza e risorse per gli investimenti, eliminando sprechi e burocrazia asfissiante». Ed è per questo che va ribadito il «no» alle elezioni anticipate e l’invito al governo «ad andare avanti e mantenere gli impegni presi con gli elettori, che alla fine giudicheranno». Eppure, detta così - persino con il discutibilissimo corollario che «occuparsi della cosa pubblica non è fare politica» -, la ricetta sembra davvero una fin troppo facile dismissione di responsabilità. Una quasi invasione con la pretesa di «invulnerabilità». Che solo Achille poteva vantare, salvo poi cadere per il banale tallone.