Montezemolo tenta di far pace col Nord-est

«In Parlamento occorre un vero spirito bipartisan»

Stefano Filippi

nostro inviato a Verona

«Che accoglienza avrà Luca di Montezemolo? È uno che si è pentito un po’ in ritardo». Due imprenditori, stessa domanda, stessa risposta. Assemblea degli industriali di Verona, il presidente di Confindustria torna nel Nord-est due mesi dopo il concitato convegno di Vicenza, quello dello sfogo di Silvio Berlusconi e del grande freddo tra la base e i vertici dell’associazione. Ma il disgelo è appena cominciato. Montezemolo arriva al palazzo della Gran Guardia mentre il presidente Gianluca Rana è a metà del discorso, attraversa il salone, si siede in prima fila, il volto proiettato sui maxi schermi: non un applauso.
Lui incassa con charme, ma quando tocca a lui salire sul podio si toglie i sassolini. «Avrei premiato volentieri io le aziende meritevoli, l’anno scorso me l’avevato fatto fare». «L’unico neo di questa assemblea è che non ci sono poltrone Frau o Cassina». Il primo battimani lo interrompe quando attacca la sinistra: «Mi fanno piacere questi applausi, prima sentivo la platea un po’ freddina, ma forse eravate troppo presi dalle relazioni». Il Nord-est è ancora tiepido con Montezemolo, il presidente lo sa e pigia l’acceleratore sulle questioni più sentite da queste parti.
Quello che gli imprenditori vogliono è chiaro. «Tagliare l’Irap», dice Nereo Alessandri (Technogym). «Un sistema pacificato», aggiunge Luca Garavoglia (Campari). «Un governo che non si occupi solo del proprio potere ma ci guidi a non pensare soltanto all’orticello», insiste Renzo Rosso (Diesel). Rana, figlio del re della pasta fresca e numero uno degli industriali scaligeri, dà voce all’insofferenza del Veneto: «Le imprese non possono pagare i costi di una politica che in ogni cambio al vertice distrugge ciò che è stato fatto in precedenza. Oggi pretendiamo di essere ascoltati di più nella definizione dell’agenda di governo. Vogliamo che siano alleggeriti il carico fiscale e il costo del lavoro, che le opere infrastrutturali non vengano abbandonate mentre il resto d’Europa si è già dotato di una rete capillare ed efficiente, che il governo distingua - quando parla di tassare le rendite - tra i frutti delle speculazioni e le riserve costruite per sviluppare le aziende».
Montezemolo detta la sua agenda. Al primo posto c’è proprio la nuova maggioranza: «Siamo molto preoccupati dalle dichiarazioni addirittura di qualche sottosegretario che distingue gli interessi delle aziende da quelli dei lavoratori. È una cultura vecchia. Gli interessi delle imprese sono quelli del Paese. Giudicheremo qualunque coalizione in base alla coesione politica e alla cultura di mercato». Poi arrivano le stoccate anche a Berlusconi, che pure non viene citato apertamente: «Da oltre un anno il Paese non è governato perché siamo in campagna elettorale e vi resteremo fino al referendum del 25 giugno: mentre la politica è ridotta a mera lotta per la conquista del potere, il debito pubblico sale alle stelle, la spesa corrente tocca il record e si azzerano le spese per gli investimenti. Ci aspettavamo anche una riduzione dello statalismo municipale, montagne di soldi pubblici spesi senza controllo e senza concorrenza attraverso 800 municipalizzate che operano in regime protetto di monopolio e tolgono spazio agli imprenditori. Siamo soffocati. E siamo stupiti che in questi cinque anni non sia stato fatto nulla per liberalizzare il settore».
Al Parlamento, Montezemolo chiede «un vero spirito bipartisan per varare una nuova Costituente o una Bicamerale per una riforma dello Stato» e «un taglio ai costi della politica: che senso hanno 20 gruppi parlamentari quando all’estero si contano sulle dita di una mano?». Al governo domanda «con forza di non toccare quanto di buono è stato fatto, in particolare legge Biagi (che ha introdotto una flessibilità per noi indispensabile) e codice ambientale». Al Nord-est il presidente di Confindustria ripete che «la vera questione settentrionale è quella delle infrastrutture». Adesso sì che arrivano gli applausi.