Monti è già un precario

Silvio detta le condizioni sul governo tecnico "a tempo determinato". Letta garante, sì alle misure chieste dalla Ue, urne entro un anno. "Altrimenti staccheremo la spina"

Roma - «È cominciata l’ultima cena». Silvio Berlusconi suona la campanella e apre così il Consiglio dei ministri che chiude il suo quarto governo. Una «cena» difficile, fatta di tensioni, scontri e incomprensioni tra i ministri che sul dopo Cavaliere continuano ad avere posizioni diverse al punto che alcuni ancora insistono sul fatto che non debba dimettersi. E fatta anche di lacrime quando la riunione si apre ai sottosegretari per un brindisi di commiato. Ma anche «l’ultimo pranzo» è per il premier una vera e propria via crucis.
Oltre due ore di faccia a faccia a Palazzo Chigi con Mario Monti, colui che ormai da una settimana ha avuto dal Quirinale una sorta di «incarico informale». Un pranzo durante il quale il premier propone al presidente della Bocconi un ventaglio di alternative e viene ripetutamente respinto con perdite. No a Monti premier e ministro dell’Economia ad interim con un governo politico Pd-Terzo polo-Pdl, no ad un governo in cui resti almeno Gianni Letta come «garante», no ad un esecutivo a termine che s’impegni a portare il Paese al voto di qui a massimo un anno e nì alla garanzia di non mettere mano alla legge elettorale senza il via libera del Pdl. Monti ha una sola idea in testa: un governo tecnico tout court e nessun vincolo. Scontato che per Berlusconi - e anche Angelino Alfano e Letta presenti all’incontro - il pranzo sia indigesto. E pure che il Cavaliere non si fidi affatto di quello che considera un esecutivo imposto dai poteri forti e dalla finanza. Vogliono il mio appoggio e i voti del Pdl - è il senso dei suoi ragionamenti - ma pretendono che noi non si abbia voce in capitolo su nulla. E ancora: abbiamo le mani legate dai mercati, ma è chiaro che non possiamo fidarci e che il Pdl deve restare unito e, se necessario, pronto a staccare la spina a questi burocrati. A sera, durante l’ufficio di presidenza del partito che precede il suo appuntamento con Giorgio Napolitano, il premier userà esattamente le stesse parole: il nostro appoggio «non sarà incondizionato» e «siamo pronti a staccare la spina» se ci saranno misure che esulano dalla lettera inviata all’Ue. Di più: si dovrà tornare alle urne entro un anno al massimo perché la politica non può farsi commissariare e perché li voglio vedere quando andranno a sbattere sullo scoglio della patrimoniale. Insomma, «è un governo a tempo determinato».
Alcune di quelle che Berlusconi aveva cercato di porre a Monti come condizioni, dunque, per il Cavaliere restano tali. Lo dice durante il lungo e difficile ufficio di presidenza del Pdl ma lo ripete anche a sera al Quirinale. Con il Colle la giornata è stata tesissima, visto che il premier aveva chiesto a Napolitano di rinviare l’appuntamento con le dimissioni a questa mattina alle nove, così da concludere prima l’ufficio di presidenza del partito ed arrivare ad una posizione unitaria. Niente da fare, non c’è stato verso. Il capo dello Stato ha preteso la testa del Cavaliere al massimo entro l’ora di cena. E così è stato. Sono le 21.41 quando Berlusconi si dimette da presidente del Consiglio. Lascia Palazzo Chigi ma dice anche a Napolitano di condividere affatto che l’esecutivo Monti stia nascendo di fatto «contro» la maggioranza che è uscita dalle urne. E cioè contro Pdl e Lega. Quasi un colpo di Stato, si sfoga il premier con un suo ministro.
Ecco perché, rientrato a Palazzo Grazioli poco prima delle dieci di sera, il Cavaliere continua nei suoi ragionamenti. Sa che lo scambio tra Ignazio La Russa e Franco Frattini in Consiglio dei ministri (il primo abbraccia il secondo dandogli affettuosamente del «traditore comunista») non risolve i problemi interni al Pdl. Dove continuano ad esserci due fronti: quello del voto subito e quello del via libera con riserva al governo Monti. Invece, spiega nuovamente Berlusconi, «dobbiamo essere uniti». Perché - ragiona - quel che non hanno capito è che la golden share di questo governo continuiamo ad averla noi, alla Camera e soprattutto al Senato.
L’obiettivo, insomma, è quello di aspettare Monti al varco. Vari le misure previste nella lettera all’Ue e poi si vedrà se la tregua potrà durare. Si valuterà caso per caso, a seconda dei provvedimenti. Con l’obiettivo dichiarato di tornare alle urne il più presto possibile, magari prima dell’estate. Obiettivo ambizioso, però. Perché quando un governo è in carica sono mille le variabili e - soprattutto se i mercati risponderanno come è prevedibile che facciano ad un esecutivo «benedetto» dal presidente della Bce Mario Draghi - potrebbe non essere così facile invitarlo a togliere il disturbo prima della scadenza naturale nel 2013. Molto dipenderà anche da come in questi mesi si rimetterà mano al Pdl. Un partito dilaniato e sotto choc. Anche per le dure contestazioni di piazza di ieri. Così violente non se le aspettava nessuno, Berlusconi compreso.