Monti ha l’incarico Ma la sua strada è già tutta in salita

RomaIl professore ha una maggioranza (virtuale) come nessun altro premier prima d’ora, ma piena di paletti. Ogni partito sta piantando i suoi, e a Monti (che ieri ha ricevuto l’incarico da Napolitano) converrà ripassare i fondamenti dello slalom se vuole arrivare in fondo sano e salvo. Le condizioni dei partiti che lo appoggiano (Pdl, Pd, Terzo Polo, Idv) toccano tre ambiti. Primo, e a scadenza più ravvicinata, la composizione del suo governo. I partiti hanno siglato una sorta di patto di non belligeranza, in base a cui passerà l’ok ad un esecutivo di soli tecnici. Secondo, la legge elettorale, che sarà un banco di prova per il consenso parlamentare di Monti. Terzo, il programma. E qui ogni formazione ha le sue indicazioni, da cui discenderà il sì o il no. Ecco un quadro sintetico delle posizioni.
PDL Ha posto come spartiacque la famosa lettera inviata dal governo dimissionario alla Bce. Quindi sì alle dismissioni del patrimonio pubblico, sì alla riforma delle pensioni e a quella del lavoro, sì al dimensionamento della pubblica amministrazione e dei costi della politica. Ma i paletti sono ben conficcati a terra. E riguardano le tasse, una pacchetto lacrime e sangue che si dà per scontato. Il Pdl dirà no alla reintroduzione dell’Ici sulle prime case, sponsorizzata dal neogovernatore di Bankitalia Ignazio Visco. No anche alla patrimoniale, e «nì» alla liberalizzazione delle professioni, osteggiata dal «partito» degli avvocati del Pdl. Il Pdl è favorevole ad un «mandato a termine» per Monti, purché non si parli di legge elettorale, non ci siano ministri politici o anche tecnici con militanza antiberlusconiana. La durata «deve essere collegata al contenuto del programma e al suo svolgimento» dice Alfano. Che tradotto vuole dire: deve durare lo stretto necessario, poi (nel 2012) voto.
PD Il Pd, sponsor dell’operazione Monti, ha due fronti interni molto caldi: lavoro e pensioni. Se Monti seguirà le indicazione europee, nel partito di Bersani scoppierà il caos. I dalemiani hanno già messo il veto sulla riforma Ichino (che è del Pd!) del welfare, in particolare sulla licenziabilità dei lavoratori, che è nel programma di Monti. Il responsabile Economia del Pd, Fassina, lo dice chiaro: «Non mi aspetto un intervento di Monti sull’art.18, Monti sa che non risolverebbe i problemi». Mentre l’ex ministro Damiano, anche lui piddino, avverte: «Sulle pensioni abbiamo già dato». In compenso Bersani chiede a Monti di cambiare la legge elettorale e di tenere fuori i politici (del Pdl) dalla maggioranza.
IDV Di Pietro ha già cambiato idea diverse volte su Monti. L’ultima è che appoggerà il governo, purché sia «a tempo» e solo tecnico. Ma i paletti sono molti. Monti non deve toccare le pensioni, non deve liberalizzare i servizi pubblici locali, sì all’Ici ma «nì» alla patrimoniale («solo se si fanno emergere gli immobili nascosti nelle società di comodo e quelli “fantasma”»), e niente «macelleria sociale» sui lavoratori. E poi deve riformare la legge elettorale.
LEGA No a tutto, tranne pochi punti: taglio degli statali, limite massimo alla retribuzione nella Pa, riduzione dei parlamentari e anticipazione del federalismo fiscale.
TERZO POLO Casini è il vicepremier di fatto del governo Monti, perciò non chiede sia «a tempo» ma anzi lavora perché arrivi al 2013. I nervi scoperti ci sono, però, e sono due: gli statali (che non devono essere penalizzati) e la flessibilità del lavoro, che va bene solo «mettendo a disposizione ammortizzatori sociali, il salario minimo, lotta al precariato».