Monti passa alle vie di fattoe riforma le pensioni. Era ora

Donne in congedo a 62 anni, assegni bloccati e anzianità oltre i 40 anni di lavoro, contributivo per tutti: il piano vale 6 miliardi. Riforma inevitabile. E le altre? <a href="/interni/servono_interventi_aggiuntivi_lue_monti_altro_diktat/30-11-2011/articolo-id=559607-page=0-comments=1"><strong>Il diktat della Ue: "Servono interventi aggiuntivi"</strong></a>

Roma Pensioni di vecchiaia delle donne a 62 anni già a partire dal 2012 e assegni congelati per un an­no. Non un pannicello caldo per tenere buona l’Europa, semmai un intervento strutturale sulla pre­videnza che può valere fino a sei miliardi di euro. Un quarto della manovra che le istituzioni comu­nitarie ci chiedono se, come sem­bra, non ci sarà concesso il close to balance , che permetterebbe di rin­viare il pareggio del 2013. Ieri a Bruxelles il premier Monti si è pre­sentato all’Eurogruppo nelle ve­sti di ministro dell’Economia, rac­cogliendo nuovi inviti al rigore che all’Ecofin di oggi si dovrebbe­ro concretizzare nella richiesta di una correzione da 20 miliardi in due anni. Su questa ipotesi, in vi­sta del consiglio dei ministri di lu­nedì, sono al lavoro da qualche giorno i tecnici del ministero del­l’Economia, con la ricetta che pre­vede, tra le altre cose, aumenti per l’Iva (si parla addirittura di ritoc­chi a quella minima, del 4%), il ri­torno dell’Ici sulla prima casa.

Anche sul fronte della previden­za, tema di competenza del mini­stro del Welfare Elsa Fornero, il la­voro dei tecnici è andato avanti su un menù di misure preciso. Non scelte alternative, come di solito accade in questi casi, ma decisio­ni da prendere in blocco, al massi­mo da applicare in tempi diversi.

Assegni senza aumenti

L’antipa­sto è quello ipotizzato in questi giorni: lo stop delle rivalutazioni degli assegni, cioè del meccani­smo che fa aumentare le rendite agganciandole all’inflazione. Il blocco dovrebbe essere limitato a uno o a due anni. Già oggi è conge­lata la perequazione sulla parte di pensioni che supera di cinque vol­te il minimo (2.300 euro), allostu­dio c’è un abbassamento della so­glia (a 1.400 o 935 euro) ma anche il blocco totale. In sostanza, alme­no per un anno, tutte le pensioni non aumenterebbero.

Dipendenti private

Il blocco è un modo per fare cassa in breve tem­po, ma anche altre decisioni sono destinate a pesare. Tra le misure più drastiche, c’è quello che ri­guarda la pensione di vecchiaia delle donne. A partire dal prossi­mo anno, se passerà il progetto preparato dai tecnici, ci sarà uno «scalone» di due anni. In sostanza il requisito di età passerà da 60 a 62 anni. Poi continuerebbe la cor­sa per arrivare a 65 anni nel 2020 o addirittura nel 2016 (la riforma del precedente governo prevede­va ci si arrivasse nel 2026).

Non bastano 40 anni

Novità an­che sulle anzianità. Resta in cam­po «quota cento» entro il 2015, quindi un aumento graduale del requisito previsto dalla preceden­te riforma. Ma allo studio c’è soprattutto una stretta sulle pensioni che oggi si possono ottenere con 40 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica (una buona parte dei lavoratori in uscita utilizza pro­prio questa possibilità). Con la ma­novra il limite potrebbe salire di uno, due anni o tre anni.

Contributi più cari

La tendenza di lungo periodo è di portare tutte le contribuzioni delle pensioni pub­bliche al livello di quelle Inps, quindi intorno al 33%. Per il mo­men­to sotto la lente ci sono soprat­tutto commercianti e artigiani per i quali la contribuzione potrebbe aumentare, per il momento, di uno o due punti percentuali.

Contributivo pro rata

Un inter­vento di questa entità, rischia di fa­re passare in secondo piano la ri­forma Fornero doc, cioè l’esten­sione del metodo contributivo a tutti, a partire dal 2012. Che co­munque rimane in campo, soprat­tutto per dare un segnale di equità generazionale (gli anziani che hanno assegni calcolati con il me­todo pre riforma Dini, il retributi­vo, sono molto più avvantaggiati degli altri). Resta tra le scelte an­che l’uscita flessibile tra 63 e 70 an­ni. Ma sono allo studio penalizza­zioni molto pesanti per chi sceglie di lasciare prima il lavoro. La pro­spettiva di medio termine resta quella di superare definitivamen­te le anzianità e lasciare in campo solo le pensioni di vecchiaia.

Quelli ipotizzati ieri sono inter­venti così rilevanti che la politica ha evitato di commentarli, se non per bocciarli (è il caso dell’Italia dei valori). La riforma non è in­compatibile con il programma del Pdl, mentre è scontato il no su tutta la linea della Lega Nord. E an­che quella del sindacato. Ieri si è fatto sentire il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, che ha chiesto uno stop alle indiscrezioni dei me­dia e l’avvio di «un confronto tra­sparente » con il governo. Sul te­ma più spinoso, insieme a lavoro e tasse, né Monti né Fornero hanno consultato le sigle dei lavoratori.