Monti sedotto e abbandonato dall’Unione

Francesco Damato

Purtroppo le contingenze del dibattito politico hanno indotto anche esponenti autorevoli di Forza Italia a vedere nelle preoccupazioni espresse da Mario Monti sulla mancanza di un forte centro, capace di ridurre il peso delle ali radicali e corporative che impedirebbero a entrambi i poli di governare rispettando bene l’economia di mercato, solo o prevalentemente un aiuto all’Udc. Che da tempo cerca di guadagnarsi, a volte in modo anche scomposto, nonostante la moderazione vantata da alcuni dei suoi leader, un maggiore spazio elettorale e di potere nella coalizione di centrodestra.
Da una simile lettura della sortita dell’ex commissario europeo sono derivate condanne anche di natura personale a mio avviso eccessive, come quella di Giulio Tremonti. Il quale ha accusato Monti quanto meno d’incoerenza come «sostenitore della concorrenza in economia ma non in politica». Non vorrei che il pur brillante vicepresidente del Consiglio non avesse ancora perdonato all’ex commissario europeo di essere stato per un po’, su proposta di An e dell’Udc, un candidato alla sua successione alla guida del ministero dell’Economia, quando egli ne fu allontanato per una improvvida impuntatura di Gianfranco Fini e Marco Follini. Anche Berlusconi mostrò un certo interesse, verificando però la impraticabilità della soluzione in un incontro che ebbe vasta eco nelle cronache giornalistiche.
Da quel giorno molta acqua è passata sotto i ponti… di Monti. Dopo esserne stato il candidato a ministro dell’Economia nel centrodestra, l’ex commissario europeo deve avere registrato con una certa delusione le debolezze corporative dell’Udc e di An. Che hanno, per esempio, imposto al governo Berlusconi passaggi come gli ultimi aumenti al pubblico impiego o il salvataggio dei forestali in Calabria, che egli al posto di Domenico Siniscalco non avrebbe probabilmente permesso. Poi, sull’onda forse dei successi elettorali del cosiddetto centrosinistra, Monti si è imprudentemente lasciato coinvolgere da Romano Prodi, Francesco Rutelli e altri in una specie di campagna promozionale dell’Ulivo o piante similari, sino a lasciarsi rappresentare dalla stampa fiancheggiatrice dell’opposizione come ministro dell’Economia in pectore di un secondo governo Prodi.
Ma gli sono bastati pochi mesi di onesta osservazione per rendersi conto, testualmente, che «neppure» nello schieramento prodiano «è emerso finora un programma articolato dell’intera coalizione nella direzione dell’economia di mercato, che è in questo caso osteggiata da alcune componenti». Che non sono soltanto quelle ancora dichiaratamente e orgogliosamente comuniste, ma anche altre che sono riformiste solo a parole, o a giorni alterni.
Non solo i Bertinotti, Diliberto, Pecoraro Scanio e compagni di turno, ma anche i Prodi, Fassino, Bersani hanno reagito all’analisi di Monti dicendogliene di tutti i colori. Edmondo Berselli su La Repubblica gli ha dato dello «snobista» per avere osato dubitare della compatibilità di una buona parte della presunta Unione prodiana con «l’economia di mercato». E ha suggerito di discutere del centro, centrismo e contorno solo nelle «sedute spiritiche», dimenticando però che il politico più notoriamente e clamorosamente legato a pratiche, diciamo così, esoteriche è il candidato dell’opposizione alla guida del governo, messosi durante il tragico sequestro di Aldo Moro alla sua ricerca proprio in una seduta spiritica.
Quest’uomo vorrebbe tornare a Palazzo Chigi.