Monti vuole l’eurosconto per evitare una stangata

Il premier teme di deprimere la crescita: ecco perché oggi a Bruxelles chiederà l’ok per varare un pacchetto non superiore ai 15 miliardi previsti

Roma - Mario Monti porta i nostri «compiti a casa» a Bruxelles, convinto di ottenere una promozione quasi scontata. Questo pomeriggio, infatti, in qualità di ministro dell’Economia parteciperà all’Eurogruppo (riunione informale dei ministri dell’Economia e delle Finanze dei 17 Paesi dell’area euro) mentre domani sarà la volta dell’Ecofin. Sul tavolo dei nostri partner ci sarà la cura Monti che non è altro che l’applicazione degli impegni assunti dall’Italia durante il precedente governo Berlusconi. Sarà il vice presidente della Commissione Ue Olli Rehn a presentare agli altri ministri economici il rapporto sul nostro Paese. Integrato, tuttavia, con le informazioni ricevute da Monti durante l’ultima visita del commissario Ue di venerdì scorso a Roma. L’esito appare scontato visto che tutti hanno la necessità di mandare messaggi positivi e rassicuranti nei confronti del nostro Paese e, in ultima analisi, del sistema euro. «L’Italia ce la farà e raggiungerà l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013», sentiremo dire.
Ma il premier, che prima del vertice avrà un incontro bilaterale con il premier lussemburghese e presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, presumibilmente lavorerà anche per un altro obiettivo: quello di ottenere una sorta di «sconto» sull’entità della manovra, in arrivo in Consiglio dei ministri lunedì prossimo. La motivazione è la seguente: modulare l’intervento tenendo presente il ciclo economico attuale. Tradotto: visto che i dati sulla crescita parlano di rischio recessione, un intervento ancora più salato rispetto ai 15 miliardi ventilati, potrebbe deprimere ulteriormente la nostra economia.
Oltre ai compiti a casa degli Stati più in difficoltà, i ministri economici dovranno parlare anche della classe in cui sono inseriti e degli strumenti necessari per difendersi dalla tempesta finanziaria in corso. A questo proposito due sono i temi in campo. Il primo è quello dei bond europei, strumenti su cui continuano a pesare i «nein» tedeschi. La Commissione europea ha già presentato nei giorni scorsi un «libro verde» presentando tre possibili formule di bond: l’emissione comune del debito potrebbe avere un impatto immediato sulle aspettative del mercato e quindi abbassare il costo medio e quello marginale sul debito per quei Paesi che stanno attraversando difficoltà di finanziamento. Ma, come si diceva, le ricette non soddisfano la Merkel, ancor rigida sul tema. È ragionevole pensare che l’argomento resti però sullo sfondo, rimandando la discussione vera e propria al Consiglio europeo dell’8 e 9 dicembre prossimi.
Altro tema caldo è il futuro ruolo della Banca centrale europea: l’Eurotower continuerà ad acquistare titoli di Stato o potrà diventare prestatore di ultima istanza? Anche su questo punto è la Germania a puntare i piedi su un possibile aumento di potere della Bce. Qualche apertura ci sarebbe, da parte di Berlino, ma patto che si riveda l’intero sistema economico e fiscale dell’unione. Vale a dire che, come vuole la Merkel, si pongano le basi di un governo comune dell’economia con regole rigide e sanzioni certe per chi non rispetta i patti sul pareggio di bilancio. La strada sarebbe duplice: o una modifica dei trattati (percorso lungo e difficile posto che tutti e 27 i Paesi dell’unione dovrebbero essere d’accordo e poi ratificare i trattati stessi) o un accordo intergovernativo, stile Schengen, in cui alcuni Stati si vincolano e si danno delle regole, nella convinzione che poi gli altri seguiranno in scia.