Monticchiello, il paese che fa della vita teatro

Dal 1967 gli abitanti trasformano il borgo toscano in palcoscenico

Enrico Groppali

da Monticchiello (Siena)

DAll'inizio ci fu il prete. Un sacerdote illuminato di nome Marcello Del Balio che, nel 1967, decise che era ora di smetterla con i piagnistei dei contadini e la disattenzione dei potentati locali portando i suoi parrocchiani in piazza. Così, sotto la sua supervisione, fu approntato un testo teatrale improvvisato, polemico spaccato sulla storia di un antico borgo toscano.
Infatti tutti gli abitanti di Monticchiello, piccolo comune della Val d'Orcia, misero a punto un copione per far conoscere ciò che accadeva a due passi dalla magnifica Pienza. Nacque così il primo spettacolo, L'eroina di Monticchiello, seguito l'anno successivo da Giovanni Colombini, il mercante pazzo sulla predicazione di un Beato ingiustamente dimenticato. Fu allora che, orgogliosi delle loro origini, gli abitanti cominciarono a rialzare la testa. Per rivendicare nel 1969, sotto la guida di Mario Guidotti, la memoria dolorosa del recente passato nell’evocazione di una (per fortuna mancata) strage nazista. Nasce a quell'epoca la nozione di «teatro povero» o «autodramma» che colloca da trent’anni la cittadina in un panorama unico nel contesto europeo.
Da Contadini o no del '74, che racconta il progressivo estinguersi della civiltà agricola. Nel frattempo, cresciute le ambizioni e affermatasi la nuova identità dei paesani che d'estate diventano teatranti, gli attori-autori si costituiscono in cooperativa mentre, morti i primi fautori della singolare iniziativa, i registi degli inizi decidono di cancellarsi confondendosi volutamente nella dimensione collettiva dell'evento. Che non suggerisce risposte precise ma continua a porre domande sul futuro dell'uomo e il senso della vita come accade nello spettacolo di quest'anno che, fino a fine agosto, si presenta come una provocazione già nel titolo: Gomiccioli. Ossia gomitoli, nodi inestricabili delle certezze che s'incrinano nel rapporto tra genitori e figli nell'era dei telefonini, della televisione che tutto acquieta e degli interessi multinazionali che sui verdi campi e le favole ancestrali tanto care ai personaggi di Emma Perodi e del suo Casentino stende l'ala pericolosa della civiltà mediatica.
Anche se, come tutti sappiamo, l'ora della fine del contado è già scoccata ed ora, dove c'era il casale che dava il la a tutta la comunità, c'è il Museo che raccoglie le vestigia del passato, Monticchiello non vive di ricordi e il disagio, il malessere, che ci investe alla vista dell'umile oggetto scomparso vengono esorcizzati attraverso il gran gioco del teatro. Che dal palco improvvisato sulla piazza dagli anziani, disertato nello spettacolo dai giovani che corrono verso le discoteche, si propaga per le vie dove si vendono ancora i prodotti artigianali, i vini e i formaggi sono quelli di sempre e i cantori ambulanti riprendono affettuosi le nenie che erano il patrimonio di Daisy Lumini mentre organetti e percussioni inneggiano e tramandano lo scorrere inalterato della vita nello stillicidio sempre uguale dei giorni scandito dalla meridiana a ridosso dei prati in fiore.