Monumenti al brutto

In principio fu il monumento equestre. Il re doveva apparire sempre a cavallo. Intrepido, invitto. Con le zampe protese (il cavallo) verso il cielo. «A Vittorio Emanuele II. Italia, serva, divisa, con mirabile virtù rese indipendente, libera, una. Nel quinto anniversario di sua morte lacrimata dallo intero mondo civile», sta scritto sul basamento, nella piazza principale della città dove sono nato. 9 gennaio 1883.
Tempo 70 anni, e cominciava l’epoca dei coglioni. Correva il 1953 quando a Verona il sindaco democristiano Giovanni Uberti, benché uomo di mondo – era stato senatore e aveva fondato un quotidiano – divenne la macchietta d’Italia perché voleva impedire la collocazione di quattro cavalli bronzei sul ponte della Vittoria. Motivo: gli scultori Mario Salazzari e Angelo Biancini avevano interpretato con eccessivo verismo gli attributi sessuali dei destrieri. «Osceni», sentenziò Uberti. E stanziò 30 milioni di lire – qualcosa come 435.000 euro di oggi – per il rifacimento delle statue. Delibera bocciata. Seguì un estremo tentativo: mettere le mutande agli equini. Sarà che mio nonno, carrettiere, aveva fieramente battezzato Bale il suo cavallo da tiro, proprio per rimarcare che era «un intero», fatto sta che domenica scorsa, mentre scendevo l’Adige in canotto (un’esperienza, per chi considera la sedia un indumento), giunto sotto quel ponte ho cominciato a ridere di nascosto dagli occasionali compagni di rafting. E comunque, visti dal fiume, i purosangue iperdotati avevano una loro dignità artistica.
Ma vi capita mai di buttare un occhio ai monumenti che, mezzo secolo dopo, impestano le città italiane? Da qualche tempo lo faccio per prassi. Non è colpa mia: mi vengono addosso. Dieci giorni fa a Merano, località che fa della razionalità e del decoro il suo biglietto da visita, ho avvistato un gigantesco cucchiaino col manico arcuato, affondante nell’erba d’uno spartitraffico. Da farti passare la voglia di sachertorte per il resto dei tuoi giorni. A Rimini sono incappato in un monumento marmoreo alla rosa dei venti: insieme con Eolo nell’atto di soffiare, l’infelice scalpellino deve aver ritratto anche Brontolo, Pisolo e Mammolo. Vorrete perdonarmi se non gongolo.
Di fronte al liceo frequentato da mia figlia hanno eretto La famiglia, «un tributo a coloro che hanno innalzato una zona povera ed emarginata alla prosperità dello stato attuale». I personaggi del quadretto domestico sono congiunti a tutti gli effetti: blocchi d’acciaio anodizzato tenuti insieme da legacci di ferro. L’opera è firmata da uno scultore indigeno epperò «di fama internazionale, che ha operato a Chicago fin dalla metà degli Anni Sessanta». Si vede.
Un formidabile incentivo a questo declino del senso estetico viene dall’influenza rotoria, morbo tutto italiano che ha contagiato i sindaci e che ho già avuto modo di descrivere nel Dizionario del buon senso. Ovunque fiorisca una rotonda, quivi s’impone indifferibile la necessità d’installare nel bel mezzo un monumento. A Grumello del Monte (Bergamo) è una botte sovrastata nientemeno che da un tetto. A San Giovanni Lupatoto (Verona), il paese di Giovanni Rana, è un lupo della steppa siberiana in versione lapidea. Magari sarebbe risultato più accettabile un tortellino.
Gli anni del dopoguerra videro un fiorire, fin nelle più remote contrade, di monumenti ai caduti. Da mettersi le mani nei capelli, quanto a fascino: obici, ali d’aereo, elmetti, reticolati, roseti in ferro battuto, aquile, lumini, perimetri presidiati da bombe di mortaio che sostengono pesanti catene. Ma almeno denotavano un lodevole intento commemorativo. A quali criteri celebrativi s’ispirerà invece il monumento al gabbiano Jonathan Livingston lungo la passeggiata del molo sud di San Benedetto del Tronto, ribattezzata per l’occasione (non sto scherzando) «The Jonathan’s way»? E il monumento al cane da tartufo di Sant’Angelo in Vado con dedica «I tartufai all’inseparabile compagno di cerca e di cammino»? E il monumento alla motocicletta di San Giovanni in Galilea, che non trovasi in Terra Santa bensì in Comune di Borghi, provincia di Forlì-Cesena? Be’, pare che almeno questo una finalità ce l’abbia, nelle intenzioni della ceramista che lo ha eseguito: «L’opera rappresenta l’armonia e la tecnologia che l’uomo applica nel realizzare la moto, partendo dalla manipolazione e trasformazione delle materie prime fornitegli in natura. Ciò, rappresentato dalla base, prosegue in una strada in salita verso nuovi albori e senza fine, come la ricerca umana. Su questa via si modella la parte che più ci trasmette l’idea di una moto (ruote, manubrio, sella), quale mezzo plurifunzionale a disposizione dell’uomo». Espressivo. Poi non lamentiamoci se sul lungomare Andrea Doria di Capo d’Orlando si sentono in dovere di rispondere con Il ciclista e la Sicilia, «scultura con la Sicilia in marmo e il ciclista in ferro, la cui testa è una sfera (il mondo)», innalzata per ricordare l’arrivo dei Mondiali dilettanti uomini e professionisti donne nel 1994.
È giusto celebrare le fatiche degli uomini che a Cannitello, sulla costa calabra dello Stretto di Messina, con l’arpione danno ancora la caccia al pesce spada a bordo delle loro feluche. Ma occorreva proprio farlo riservando al povero pescatore del monumento una posa plastica a 90 gradi?
Anche gli enti pubblici sono in prima fila nell’autocelebrarsi, col marmo, col ferro o col cemento. Aveva cominciato l’autostrada della Cisa, probabilmente invidiosa di certe sculture ellittiche simili ad atomi che ornavano gli autogrill Pavesi. Adesso nella rotonda al casello di Verona Est della Serenissima hanno costruito un monumento-fontana. Per peggiorarlo, manca solo l’acqua.
Nella civiltà dell’immagine tutto va esibito. L’ultima follia è quella dei monumenti insanguinati, esposti nelle pubbliche piazze allo scopo di fermare – capirai – le «stragi del sabato sera». So di due genitori che hanno perso un figlio in un incidente stradale il 3 marzo. Meno di un mese dopo si sono ritrovati la carcassa della sua Volvo issata su una pedana in centro città. Da considerare che il giovane non era morto all’uscita da una discoteca, bensì travolto da un camion. «Il demolitore che ha provveduto al recupero dell’auto ci aveva detto che la vittima era un lombardo», s’è giustificata la polizia municipale. Ma sì, chissenefrega, l’importante è che il morto non sia dei nostri.
Credo che solo nella ex Ddr avesse trovato compimento una demonizzazione del bello come quella dell’Italia moderna. E dire che siamo la terra di Michelangelo, Verrocchio, Donatello, Cellini, Canova. E anche di Catone il Censore, il quale preferiva che gli uomini gli chiedessero perché non avesse una statua piuttosto che perché ne avesse una. Lancio un appello a Sgarbi, l’unico che può salvarci: Vittorio, pensaci tu! Cerca di farti nominare Giudice Unico e Inappellabile della Monumentalità. Sarà dura, lo so. Perché questo non è soltanto il Paese che a Porto Cesareo (Lecce) ha dedicato una statua a Manuela Arcuri: è anche quello che due anni fa, dopo una martellata al naso, è riuscito a sottoporla a rinoplastica. Di estetica, qui, conoscono solo la chirurgia.
Stefano Lorenzettostefano.lorenzetto@ilgiornale.it