Monumento ad Alì, il nero che voleva la Casa Bianca

Lo disse un giorno al presidente Ford. E oggi a Louisville l’America gli regala il più grande museo dedicato a un personaggio vivente

Riccardo Signori

Peccato non sia diventato presidente degli Stati Uniti. Forse è stato l’unico progetto fallito. Lo disse un giorno anche a Gerald Ford, che allora occupava giust’appunto quella poltrona. Ammise: «Sto scherzando». Soggiunse: «Solo a metà». Ma sapeva di essere nero e nella vita aveva già scoperto cosa significasse. Bastava guardarsi intorno. Osservare le situazioni della vita e dell’aldilà: Gesù era bianco e Alì si domandava se anche Dio lo fosse. Gli angeli erano bianchi e Alì si domandava che fine avessero fatto quelli neri. Un giorno si rispose da solo: «Magari, quando i bianchi vanno in cielo, gli angeli neri stanno in cucina a preparare latte e miele». Superman era bianco, Babbo Natale pure ed anche Tarzan, guarda caso il re della giungla: un africano bianco. E così Miss America e naturalmente il presidente degli Stati Uniti. D’accordo essere il Più Grande sul ring e dintorni, ma c’era qualcosa d’insuperabile. E tale è rimasto. Tutto il resto è stato superato, ingigantito, celebrato.
Alì è forse il musulmano più amato e rispettato nel mondo. E si sprecano anche i monumenti alla sua grandezza e alla sua megalomania. L’ultimo apre oggi, chiave nella toppa ed ecco a voi l’Alìcenter, altrimenti detto la Casa della Pace, il più grande museo (30mila metri quadrati) dedicato a un vivente. Ed anche questo è un record. Gliel’ha destinato l’America, magari per farsi perdonare qualcosa del passato: Vietnam e affini. Sponsorizzato da un gruppo di grandi aziende che hanno speso 22 milioni. Ma anche Muhammad ha messo soldi in questa personale Hall of fame, un bel gruzzolo (pare 60 milioni di dollari) del suo tesoro dissipato in mille rivoli e per altrettante cause, prima di tutte quella dei Black Muslims. L’ha voluto Louisville la sua città nel Kentucky. Alì, allora Cassius Clay, vi nacque il 12 gennaio 1942. Oggi abita nel Michigan. Ma Louisville, intesa come la città, spera che un giorno il gran figliolo torni e resti. Magari ci tornerà nella bara, perché il Parkinson sta scavando quel suo corpo da mito della boxe e il tempo lavora contro quella testa così viva, quella mitragliatrice delle chiacchiere che, forse, sfogava in tal modo la dislessia che lo ha accompagnato fin da piccolo.
Ma Alì in questo mondo è sempre e dovunque. E più grande che mai. All’ingresso della Casa della Pace ce ne sarà uno alto dieci metri. D’accordo: solo un’imitazione in ceramica, ma rende l’idea. Dentro uno sfavillare di revival e remember. Non tutto è ancora perfetto, ma stasera saranno circa un migliaio di persone ad onorare il vecchio giocoliere ridotto a statua tremolante: Bill Clinton e Hillary, Angelina Jolie e Jim Carrey, Will Smith che lo ha interpretato al cinema e James Taylor, eppoi ospiti dall’Inghilterra e dalla Nuova Zelanda, dall’Australia e dal Pakistan, dal Sudafrica e dalla Giamaica. Non solo un mondo nero. Ma il mondo che ha apprezzato vita e opere raccontate nel museo dove la storia della boxe si mischia a una storia che non ha conosciuto confini umani: dalla medaglia d’oro di Roma finita nel letto del fiume Ohio («Perché non serviva nemmeno ad entrare in un bar per i bianchi») alla torcia che Alì impugnò tremante, ma orgoglioso, per accendere il tripode dei Giochi di Atlanta 1996.
Oggi l’Ohio scorre vicino al museo posizionato nella Sixth Street and River Road, la vita di Clay scorrerà là dentro. Prezzo d’ingresso 9 dollari, previsti affari per 3,5 milioni di dollari all’anno, 400mila visitatori, una sala conferenze da 550 persone per seminari, conferenze, work shop realizzati in collaborazione con l’Onu e l’università di Louisville. Alì, in persona, ha già messo in programma una conferenza così intitolata: «Vita islamica negli Usa». Per dimostrare che non tutti i musulmani sono terroristi. Ma chiunque metterà piede nel museo, probabilmente penserà a quell’unico musulmano che ha fatto paura solo sul ring. Per ritrovare Cassius-Alì con i guantoni ci sarà solo l’imbarazzo della scelta: vecchi filmati, i poster e stravaganti accappatoi, i guantoni e le scarpe, le riprese dei grandi match, da Joe Frazier a George Foreman, pomposamente definiti sfide del secolo, come sempre nel pugilato. La valanga dei libri scritti con lui e su di lui: dal monumento pesante 34 chili con 3.000 foto e autografo vero, venduto a 10mila dollari, all’ultimo, scritto da Hana Yasmeen, une delle sue figlie. Si intitola: «Con l’anima di una farfalla, il lungo viaggio della mia vita». I due libri, quello da trasportare con la carriola e quest’altro da tenere sotto braccio, dimostrano tutta la contraddizione dell’essere di Clay e del suo raccontarsi: megalomane e discreto, dirompente e mistico, invadente e intimista.
Ma come sempre capita negli Stati Uniti, ed anche altrove, c’è un mito da rivivere e uno da sovvenzionare con gadget. Ovviamente nulla è regalato: il gadget più economico sarà un pin da 6 dollari. Eppoi foto autografate e incorniciate a 650 dollari, un videogioco per combattere contro Clay e ogni invenzione sulla quale stampare quella faccia da schiaffi divenuta la faccia più familiare del mondo. Sì, forse Alì è stato davvero il più grande. Anche nel farci divertire. Dai pugni alle filastrocche irritanti e sfacciate. Che talvolta sembrano parabole. Per esempio questa: «Mi sono svegliato sentendomi nero, sono uscito dal mio letto nero, ho indossato la vestaglia nera ed ho ascoltato i miei dischi di musica nera, mentre bevevo il caffè nero. Mi sono infilato le mie scarpe nere e sono uscito dalla porta nera... Oh mio Dio... la neve è bianca!».