Il monumento di via Solferino

I giornalisti del Corriere della Sera sono «preoccupati e fortemente inquieti». Lo dice un documento del comitato di redazione - il sindacato interno - pubblicato ieri, appunto, sul Corriere.
Che cos’è successo, in via Solferino? Una cosa effettivamente preoccupante e inquietante. È successo che, nell’inchiesta sulle intercettazioni illegali compiute da alcuni uomini della Telecom, un giudice ha messo nero su bianco un paio di concetti non da poco. Il primo: l’ex amministratore delegato del Corriere Vittorio Colao e il vicedirettore Massimo Mucchetti sono stati spiati. Il secondo, ancora più pesante: queste intrusioni nei sistemi informatici di Colao e di Mucchetti rispondevano «a esigenze dei vertici e della proprietà aziendale», cioè di Marco Tronchetti Provera, leader di Telecom e azionista del Corriere.
Tradotto in parole ancora più semplici: il sospetto è che Tronchetti Provera abbia fatto controllare sia l’ex amministratore delegato sia il vicedirettore del Corriere, a lui entrambi sgraditi. Capite che è una bomba, per i giornalisti ma probabilmente anche per i lettori del Corrierone. Va detto che Marco Tronchetti Provera ha smentito e minacciato querele; e va aggiunto pure che noi, garantisti quali siamo sempre stati, non ci sogniamo neppure di prendere per oro colato quelle che al momento sono soltanto ipotesi investigative.
Ma sempre di bomba si tratta, come dimostra il pandemonio che questa notizia ha scatenato sia all’interno di via Solferino, sia nei templi della finanza, sia nelle segrete stanze della politica. Sempre di bomba si tratta perché da tempo è in atto una palese «guerra» tra gli azionisti del Corriere - una quindicina tra industriali e banchieri - e perché il Corriere della Sera non è soltanto un giornale, e non è neppure solo il più diffuso e prestigioso tra i quotidiani italiani. È molto di più: è un monumento nazionale, un pezzo di storia d’Italia. Di conseguenza, tutto ciò che accade al suo interno «fa notizia» come non lo farebbe in alcun altro giornale.
IL FASCINO DI UN MITO
Tanto fascino il Corriere se lo è meritato in oltre centotrenta anni di storia durante i quali ha potuto esibire le più grandi firme del nostro giornalismo - da Orio Vergani a Dino Buzzati a Indro Montanelli - e della nostra letteratura - da Verga a Pirandello a Montale: ma ogni elenco sarebbe forzatamente incompleto -. Il Corriere è stato, perlomeno dalla direzione di Albertini in poi, il più autorevole tra i nostri giornali; potendo sempre esibire come fiore all’occhiello una assoluta indipendenza. Quotidiano della borghesia, certo: ma indipendente dalla politica. Poco importa che questa indipendenza fosse vera o solo asserita: importa che per tutti il Corriere era «il giornale indipendente».
Questa indipendenza i corrieristi la rivendicano pure per i vent’anni vissuti con la museruola messa da Mussolini. I vecchi del Corriere dicevano che era una museruola dalle maglie larghe, dalla quale non era difficile far passare anche voci non allineate. Indro Montanelli, poi, raccontava che Aldo Borelli - il direttore di lungo corso durante il Ventennio - aveva trovato lo stratagemma per tenere quieti i gerarchetti addetti alla censura. Appaltava alla redazione romana la prima pagina, quella politica, titolata con le veline passate dal Minculpop; e si teneva mano libera nel resto del giornale, specie nella terza pagina, dove scrittori e poeti si esercitavano in una fronda che gli ottusi gendarmi addetti ai controlli non riuscivano neppure a percepire. Il Corriere di quei tempi, diceva sempre Montanelli, contava in redazione più antifascisti che fascisti; la polizia politica lo sapeva e ovviamente non gradiva, ma Borelli riuscì sempre a proteggere tutti. Celeberrimo l’episodio che riguardò Luigi Barzini junior. Proposto alla condanna a morte per aver rivelato un segreto militare a un diplomatico inglese (e glielo rivelò a una festa, più per civetteria che per volontà di tradire), Barzini fu salvato dall’intervento di Borelli presso Mussolini. Dal patibolo si passò a una condanna a trent’anni, quindi al confino. Alla fine Gibò - così chiamavano Barzini junior - se la cavò con sei mesi ad Amalfi in un grand hotel pagatogli dalla moglie, Giannalisa Feltrinelli. Un episodio che dimostra come neppure una dittatura come il fascismo riuscì mai davvero a sottomettere del tutto il «quotidiano indipendente» per antonomasia.
GRANDEUR E DECADENZA
La grandeur del Corriere continuò per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta. Solo le notizie pubblicate dal Corriere erano «vere». Quando la cronaca prendeva un «buco», cosa che avveniva raramente, il capocronista Ferruccio Lanfranchi faceva verificare la notizia fino all’esasperazione, convinto che fosse impossibile che i suoi giornalisti non l’avessero saputa. Se poi veniva convinto che quella notizia uscita su un altro giornale era proprio vera, dava ordine di riprenderla commentando: «Domani la pubblichiamo anche noi, così la rendiamo ufficiale».
L’anno scorso Mario Cervi ha scritto sul nostro Giornale che il Corriere perse la verginità e l’imparzialità nei primi anni Settanta, quando - regnanti Giulia Maria Crespi editore e Piero Ottone direttore - abbandonò il tradizionale ruolo di voce della borghesia moderata per strizzare l’occhio alla sinistra barricadiera e radical chic, a quei tempi in gran voga. I nostri lettori di lungo corso ben conoscono quelle vicende. Il Giornale nacque proprio dalla fuoriuscita da via Solferino di tutti quei giornalisti (ed erano i migliori) che non condividevano la svolta: Indro Montanelli, lo stesso Cervi, Enzo Bettiza e tutto quel gruppo che Franco Di Bella, rimasto al Corriere, definì con dolore «l’argenteria di famiglia».
Il Giornale strappò al Corriere gran parte dei suoi lettori. Tuttavia, il fascino di via Solferino non venne meno. Quando chi scrive vi entrò, nel 1985, per restarvi diciotto anni, si distinguevano ancora i «cronisti» degli altri giornali dai «gentlemen» del Corriere. Esibizionismo snobistico, certo: ma ricordo che un collega il quale, al primo giorno di lavoro, si presentò senza cravatta, non fu fatto entrare dal custode.
LA RIVOLUZIONE DI MIELI
Era tuttavia, quella fine degli anni Ottanta, l’ultima stagione di un Corriere destinato a cambiare. Un tempo era finito, e il giornale doveva diventare più moderno, più al passo con i tempi. Nessun direttore era più adatto, per compiere questa operazione, di Paolo Mieli. Giovane, romano (anche se milanese di nascita), grande frequentatore della politica, Mieli è anche e soprattutto un giornalista di razza. Arrivò in via Solferino nel ’92, e capì che di polvere da rimuovere ce n’era parecchia. La cultura, tanto per dirne una, era ancora a pagina 3. Mieli diede spazio ai giovani, liberò energie fresche, capì che la televisione aveva ucciso le notizie e mise in pagina più commenti, più dibattiti; anche più notizie considerate «leggere», ma in realtà pane quotidiano di gran parte degli italiani. Con una battuta, l’avvocato Agnelli disse che Mieli aveva messo la minigonna a una vecchia signora. Una frecciata, forse, ma sicuramente anche un complimento.
Ma oltre che essere un grande giornalista, Mieli è anche - e sia detto senza offesa - un grande uomo di potere. Nel senso che sa usare il giornale per dirigere la politica e l’economia, a volte per spostarne gli equilibri più di quanto non si pensi. Un’abilità figlia di una personalità tanto affascinante quanto complessa.
Capire ciò che pensa Mieli non è difficile: è impossibile. Quando dice una cosa, è segno che ne pensa un’altra; e dalla sua faccia nulla trapela di ciò che gli frulla nell’animo.
Con permesso, racconto un episodio che riguarda anche il sottoscritto. Sono passati più di dieci anni, e quindi dovrebbe essere scattata la prescrizione. Ero, allora, vicecaporedattore della cronaca di Milano. Un giorno, alla riunione di redazione nella celeberrima sala Albertini, Mieli interruppe un collega che stava raccontando ciò che aveva in mente di pubblicare per fissarmi e, a freddo, inchiodarmi con un’accusa terrificante: voi della cronaca siete stupidi, avete fatto una cosa assurda. Atterrito - Mieli è uomo che incute soggezione - attesi di conoscere il capo di imputazione: «Avete pubblicato un articolo di Carlo Tognoli (l’ex sindaco di Milano, ndr) senza dirmelo. Ora, Tognoli è una persona rispettabilissima, ma per la gente Tognoli vuol dire Psi, e Psi a Milano vuol dire ancora Tangentopoli. Un articolo di Tognoli sul Corriere è un segnale politico, vuol dire che sdoganiamo gli ex socialisti, non potete prendere iniziative del genere senza avvertirmi».
Incassai, naturalmente. Ma alla fine della riunione Mieli mi inseguì nel corridoio per dirmi: «Sai quanto ti stimo, so perfettamente che tu non c’entri nulla e che una fesseria del genere non l’avresti mai fatta. So che è colpa di Sallusti (che era il capocronista, ndr): mandamelo su che gliene dico quattro». Raccontai tutto a Sallusti il quale, preoccupatissimo, salì subito da Mieli. Trovandolo però per nulla arrabbiato. «Ma come?», disse Sallusti, «Brambilla mi ha detto...». «Sta tranquillo», rispose Mieli, «avete fatto benissimo a pubblicare quel pezzo. Ma siccome in riunione c’era Fiengo (Raffaele Fiengo, leader storico del comitato di redazione, ndr) per prevenire una sua contestazione ho fatto finta di arrabbiarmi».
GIORNALE INDIPENDENTE?
Questo è Mieli. Un uomo tanto intelligente quanto indecifrabile. Nel ’97 lasciò la direzione, restando però ai vertici della casa editrice, per tornare al comando del Corriere nel 2004.
Ma la sua seconda direzione è molto diversa dalla prima. Consapevole che il tempo delle grandi tirature è finito, Mieli crede che un quotidiano come il Corriere sia oggi, più che un mezzo per informare, uno strumento per formare. E anche per condizionare la classe dirigente. Prima la battaglia per cambiare i vertici della Banca d’Italia, poi quella per respingere gli assalti di Ricucci alla proprietà della Rcs, quindi la campagna per mutare volto e pelle alla sinistra italiana. Infine e soprattutto, il sostegno forte e dichiarato alla vittoria di Prodi l’anno scorso.
Il Corriere è certamente ancora oggi un giornale autorevole. Ma è ancora un giornale indipendente? In un dibattito con il nostro direttore Maurizio Belpietro, l’anno scorso Mieli ha sostenuto che il Corriere non si fa condizionare dai propri editori, che sono abbastanza «evoluti» per non dare indicazioni. Belpietro gli rispose che i veri padroni dei giornali - al di là delle favole per le anime belle - restano gli azionisti, anche se «evoluti»: e che i lettori sono abbastanza intelligenti per saper distinguere e scegliere.
Con quello che sta succedendo ora in via Solferino - e non parliamo solo della vicenda Telecom: pensiamo anche all’ultima campagna elettorale - è difficile sostenere ancora che la proprietà non metta il becco neppure nell’«indipendente» Corrierone.
Infine ci resta una domanda. Magari maliziosa, ma una domanda: che cosa sarebbe successo se qualche altro editore fosse sospettato di aver spiato un amministratore delegato e un vicedirettore? Ad esempio... Ma no, lasciamo perdere.