Monza in depressione per il Rosso pallido

La deludente stagione della Ferrari ha tolto interesse e spettatori al gp d’Italia. Intanto i tifosi si consolano sognando il nuovo idolo, Valentino

Cristiano Gatti

nostro inviato a Monza

Code in avvicinamento a Monza, come usava ai tempi d'oro. Stavolta, però, è solo un equivoco: le moltitudini sono in fila per svoltare ai rondò, verso i duemila ipermercati dell'area brianzola. Outlet e bricolage, questi i nuovi miti del weekend lombardo. Entrando in autodromo, l'equivoco si dissolve in modo totale e definitivo: a bordo pista, evento opaco e silenzioso.
Dov'è finita Monza, quella Monza raccontata nei libri della storia e del costume, rumorosa di popolo e odorosa di salsicciate? Non è necessario scomodare sottili osservatori per chiarire l'interrogativo: Monza è finita dov'è già finita Imola, e dove in definitiva sta finendo tutta la Formula uno in salsa italiana: lontano, ormai fuori portata, dove non tutti possono arrivare. Oltre l'insormontabile steccato dei prezzi.
Mettiamo un padre e due figli (la madre, almeno quella, lasciamola a casa per non ricorrere al mutuo). Per ipotesi, il padre perde i freni inibitori: «Bando alla depressione, domenica vi porto tutti al gran premio d'Italia». Rapida contabilità: ai costi fissi di benzina, autostrada e parcheggio, vanno aggiunti i biglietti d'entrata. Mano al listino: euro 55, più di centomila lire a testa. Questo per sentire il rumore dei motori dal prato, cioè dal posto più economico. Il meglio del meglio sta in tribuna centrale, davanzale sul rettilineo di partenza e arrivo, euro 490, come sulla Costiera amalfitana in un cinque stelle vista mare. Se poi i figli si allargano, chiedendo di vedere anche le prove del sabato, sono altri 40 euro a testa (sempre dal prato, per intravedere quelle malinconiche macchine che girano una alla volta, tipo cronometro del Giro e del Tour). Il totale? Un bell'impegno. Si risparmia qualcosa portandosi il panino e la banana da casa. Ma resta l'impegno. E soprattutto la domanda assoluta: può un uomo spendere almeno mezzo milione di lire per portare i figli in un prato, più che altro a immaginare il gran premio di Monza?
È difficile capire se questa domanda sia mai arrivata sui tavoli dei manager che maneggiano la Formula uno. Se per caso è arrivata, comunque non l'hanno notata: l'impegno totale è sui contratti pubblicitari e televisivi, le due anime vere che tengono in vita il grande circuito. E la gente? E la partecipazione popolare? Signori, questa è la regola: la gente, se vuole partecipare alla festa, anche solo da un prato, deve pagare. Altrimenti, a casa.
Appunto, come quest'anno. La gente se ne sta a casa. Anche perché, sciaguratamente, è venuto a mancare l'unico motivo capace di togliere il senno, la prudenza, l'equilibrio al nostro padre di famiglia: la Ferrari che vince. Sì, per assistere alle grandi baldorie rosse degli ultimi anni, un padre italiano poteva anche buttare dalla finestra i criteri del buon padre di famiglia richiesti persino nei codici. Ma per questa Ferrari minardizzata, aggrappata con le unghie a un settimo o a un ottavo tempo, soltanto un maniaco masochista autolesionista potrebbe pensare di buttare soldi. La prospettiva più rosea cui un buon ferrarista possa affidarsi, ai giorni nostri, è indiscutibilmente questa: la magica coppia Raikkonen-Valentino Rossi nel 2007. E da qui ad allora? Appunto, come stavolta: nell'attesa, tutti a casa.
Ci sono momenti, nella vita, in cui bisogna trovare il coraggio per affrontare virilmente il problema, passando dall'aspirina al bisturi. Ci sono momenti, nella vita di qualunque settore, che richiedono una lucida ed onesta autocritica. Sono le famose crisi che possono sfociare in un salto di qualità. La Formula uno? Nel regno del freddo decisionismo, la terapia d'urto consiste sommariamente in un'unica, drastica decisione: girarsi dall'altra parte e far finta di niente. Taroccano i numeri, minimizzano i fallimenti, mistificano le atmosfere. Sono capaci di raccontare che sta andando tutto benissimo. Mai andata così bene. E magari è pure vero: in Cina, nel Bahrain, in Turchia, dove la mungitura è appena cominciata. Ma in Italia non è così. Possono raccontarcela, ma in Italia non è così. La Ferrari minardizzata non riesce più a coprire le vergogne. La foglia di fico è caduta. Eccola qui, la nuova Monza senza Cavallino. I padri di famiglia sono ancora stabilmente in coda, ma al primo rondò svoltano a destra: verso l'outlet e il bricolage, dove è tutto un altro spendere.