Moody’s taglia il rating di Bpm e Bankitalia apre il caso Legnano

Moody’s impugna l’accetta contro la Banca Popolare di Milano guidata da Andrea Bonomi: voto ridotto da «A3» a «Baa3» con outlook negativo, a causa «del difficile ambiente» in cui opera l’istituto e la sua «resistenza al cambiamento». La stessa contro cui ha combattuto Bankitalia per arginare l’influenza sulla governance dei sindacati interni e imporre il completo ricambio della gestione.
Martedì l’ultimo affondo: il vice dg della Vigilanza Anna Maria Tartantola ha scritto al vertice di Bpm, interrogandola sui parametri utilizzati per fissare le nozze tra le controllate CariAlessandria e Legnano. Il riassetto è già finita anche nel mirino della Procura.
Malgrado l’evidente fragilità patrimoniale del gruppo costretto a una ricapitalizzazione da 800 milioni, il cda allora presieduto da Massimo Ponzellini ha deciso di ritirare le quote di minoranza nelle mani del Credit Mutuel (per 100 milioni) e della Fondazione CariAlessandria (48 milioni). Tali importi includono il «chip» sostanzialmente versato dalla Milano per «liquidare» i diritti di veto dei francesi ( 20 milioni di euro) e dell’ente piemontese (19 milioni). Piazza Meda ha risposto a Bankitalia difendendo le ragioni del riassetto, giudicato l’unico possibile vista l’onerosità dell’alternativa della «banca unica» (40-50 milioni di impairment). Visto l’impegno del direttore generale Enzo Chiesa per l’aumento di capitale, a firmare la lettera sarebbe stato il vice dg Roberto Frigerio. Il fatto avrebbe però provocato forti maldipancia tra i consiglieri.
Prima di essere colpita da Moody’s, Bpm ha chiuso una seduta sprint in Borsa: nell’ultimo giorno in cui era possibile scambiare il diritto dell’aumento, il titolo Bpm, «dopato» dagli arbitraggi, ha fatto un volo dell’11,66% a 0,38 euro tra scambi per il 12,2% del capitale. Tutto lascia pensare che Bonomi si stia portando al 10% previsto; lo stesso Chiesa ha investito 50mila euro sul titolo di Piazza Meda.