Moore e la sanità Usa: il film è fazioso ma mostra la verità

Picchia duro il regista americano da domani sui nostri schermi

In un incidente sul lavoro, Rick Franklin perde le falangi dell’anulare e del medio. Riattaccarle? Si può, come no, basta pagare. E quanto? Fanno 12mila dollari per l’anulare e 60mila per il medio. L’infortunato, che non ha smarrito il senso dell’umorismo, sceglie l’anulare: un po’ per rimettervi l’anello di fidanzamento, un po’ per risparmiare, spiega. Parte così come un pugno nello stomaco, Sicko, il feroce documentario, nelle nostre sale da domani, scritto, prodotto e diretto dal recidivo Michael Moore, che stavolta bastona la malasanità negli Stati Uniti. A proposito, il regista proprio domani sarà a Roma per vedere il film accanto al ministro della Sanità, Livia Turco, dopo di che terrà una conferenza stampa. Andiamo avanti. A 79 anni Frank Vattelapesca deve sgobbare ancora tra i container: altrimenti non potrebbe curare la moglie malata. Larry e Donna Smith si sono rifugiati a Denver, dove la figlia ha messo a disposizione un monolocale nel seminterrato: meglio qui che in strada, visto che per pagarsi le medicine (tumore lui, Alzheimer lei) hanno dovuto vendere tutto.

Certo, Michael Moore è fazioso. Faziosissimo. E sempre alla ricerca di casi limite. Come ha ampiamente dimostrato nei suoi due precedenti documentari, Bowling a Columbine e soprattutto Fahreneit 9/11, l’uno sulla vendita troppo facile delle armi negli Stati Uniti, l’altro sugli ambigui rapporti tra le famiglie Bush e Bin Laden in solare evidenza, naturalmente a detta dell’autore, nell’immediato post 11 settembre. In questo agghiacciante Sicko, il sistema investigativo del regista è il medesimo. Microfono alla mano per interviste a mitraglia; maglietta extralarge sul corpaccione da (ex) peso massimo; berrettino da baseball in testa, faccione da schiaffi in primo piano e l’aspetto complessivo di uno che ama poco il sapone. Moore comunque ci sa fare con le immagini, e sa giocare con le parole. E picchia, caspita, se picchia duro.

Insomma, per chi non lo sa, negli Stati Uniti se uno non ha quattrini a sufficienza, l’assistenza sanitaria se la scorda. Insiste Moore: cinquanta milioni di americani, ovvero un quinto della popolazione, devono soltanto sperare di non ammalarsi mai. L’industria delle assicurazioni, ammanicata a doppio filo con quella farmaceutica, fa il bello e, ancor di più, il cattivo tempo. La regola prima è: incrementare i profitti, fregandosene dei pazienti. Che la pazienza ormai l’hanno scordata da quel dì. Comunque, se siete poveri, compilate il modulo con la richiesta di assistenza sanitaria, poi si vedrà. Peccato che a vigilare su quei pezzi di carta, ci siano personaggi con l’animo del rottweiler: l’ordine è di bocciarne il più possibile. Tra parentesi, ma mica tanto, più ne segano, più guadagnano. Come il baffone Lee, implacabile rabdomante di sviste e omissioni, uno che se becca una bugia nei formulari fa salti per la goduria.

Ma quando è nato questo sistema così antidemocratico? Ovvio, sottolinea Moore, con un presidente repubblicano: il pluripregiudicato Richard Nixon, anno di grazia, specie per certe multinazionali, 1971. Da allora porte chiuse negli ospedali agli indigenti: bianchi, neri, rossi o gialli che siano. Moore però, ogni tanto, si ricorda anche dell’altra parrocchia ideologica. Così se la prende con Hillary Clinton, che quando era first lady, fu messa a capo, guarda caso, del sistema sanitario e lanciò un faraonico programma assistenziale erga omnes. Puntualmente stroncato dalle varie lobbies, a suon di fruscianti argomenti. Ecco, le lobbies, male non troppo oscuro di svariate democrazie, questione in cui volentieri sguazza il sadico Moore, con tanto di cifre, o tangenti per dirla all’italiana, incamerate dai congressisti, per così dire, meno intransigenti. In testa, per lignaggio e assegno, il presidente Bush, con un assegno di 891mila dollari e spiccioli. Capita che Moore ciurli anche nel manico, fingendo di non sapere che la povera mamma nera che si vede morire tra le braccia, a diciotto mesi, la piccola Michelle, non poteva rivolgersi a un’altra struttura, che l’ha crudelmente, ma legalmente, respinta, se lei era convenzionata con la Kaiser Permanente.

Il sìglobal Moore varca poi il confine per emigrare in Canada, dove l’assistenza è gratuita per tutti. Quindi vola in Europa, Inghilterra e Francia, due abissi di buona sanità rispetto a un’America benigna esclusivamente con i Paperoni. Né a Londra, né a Parigi si sborsa un penny, o un euro, per le cure mediche. Anzi, a Parigi, per le madri indigenti è previsto l’invio a domicilio di una babysitter, in grado di trasformarsi, all’occorrenza, in cuoca o lavanderina. Hai bisogno di un medico? Entro mezz’ora dalla chiamata suona alla porta. Per la cronaca, miracolo bis, per l’idraulico ci vuole un’ora.

Preso dalla smania provocatoria, Moore, di ritorno dall’Europa, imbarca su due navigli una ventina di malati, tra cui svariati volontari di Ground Zero, cacciati dagli ospedali americani col solito ritornello («non paghi, non entri»): meta Guantanamo, Cuba. Dove vengono curati, con ogni attenzione, svariati complici dei terroristi dell’11 settembre. Bene, i nuovi ospiti, patrocinati dal regista, sono assistiti come meglio non si potrebbe. E la signora Reggie Cervantes, che a casa Bush non poteva permettersi di sborsare 120 euro per un inalatore, a casa Castro, lo compra per 5 (cinque) centesimi.

Ultima, beffarda, scena. Michael Moore si avvia verso la Casa Bianca stringendo un’enorme cesta della biancheria sporca. Per favore, me la lavereste gratis, come fanno a Parigi?