Morì 70 anni fa in una clinica romana

Settant’anni fa, il 27 aprile 1937, Antonio Gramsci moriva nella clinica Quisisana di Roma. Aveva 46 anni. Era arrivato a fine agosto 1935, da una clinica di Formia, e già era in condizioni fisiche disperate. Morì dopo 11 anni di prigione, senza aver mai rivisto i due figlioletti. Negli anni della reclusione scrisse 32 quaderni di studi filosofici e politici, una delle opere più alte e acute del XX secolo. Pubblicati da Einaudi, nel dopoguerra, sono noti universalmente come i «Quaderni del carcere». Gramsci era stato arrestato dalla polizia fascista l’8 novembre 1926, nonostante godesse ancora dell’immunità parlamentare di deputato. Inizialmente fu rinchiuso a Regina Coeli, ma gravemente ammalato di tubercolosi, il fondatore del Partito comunista italiano era poi stato rimesso in libertà agli inizi dell’aprile del 1937. Nato ad Ales (Cagliari) nel 1891 da famiglia piccolo-borghese, di salute cagionevole fin dall'infanzia, Gramsci vinse una borsa di studio per l'Università di Torino, laureandosi in lettere e filosofia. Nel 1913 aderì al Partito socialista di cui divenne, nel '17, segretario della sezione torinese. Due anni dopo, nel 1919, promosse la formazione della corrente comunista nel Partito socialista, da cui, nel 1921, nacque il Partito comunista d'Italia. Si sposò a Mosca con Giulia Schucht, dalla quale ebbe due figli per i quali, dal carcere, scrisse una serie di commoventi favole pubblicate con il titolo «L'albero del riccio».