Morì in barella, al via il processo

Alessia Marani

Rinviati a giudizi dodici fra medici e infermieri dell’ospedale Villa San Pietro di via Cassia. Roberto S., 60 anni e Giorgio C., 53 anni, medici di guardia, e gli infermieri Alessia T., 32 anni, Clemente P., 47 anni, Gino B., 58 anni, Luca L., 39 anni, Enrica L., 33 anni, Alessandra D. A., 47 anni, Mathew K., 38 anni, Loredana S., 48 anni, Pietro M., 58 anni e Maria P., di 39 anni, dovranno comparire il primo marzo di fronte al giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Roma per rispondere della morte «per imperizia e negligenza» di Armando Pipi, un uomo di 87 anni lasciato morire su una barella senza cure adeguate. Una triste vicenda (era l’ottobre di sette anni fa) immediatamente denunciata all’epoca dal figlio, Giovanni, oggi 63enne, e finalmente giunta a una svolta. «Allora - commenta Giovanni, seguito in questi anni dall’avvocato Luciano Randazzo - mio padre fu abbandonato al suo destino semplicemente perchè considerato “vecchio”. Mentre poteva essere salvato, come hanno dimostrato le perizie d’ufficio e di parte, se solo qualcuno l’avesse voluto veramente». La sera del 23 ottobre del ’99 Giovanni accompagna il papà in ospedale. «Avevo ricevuto una sua chiamata - racconta - mi diceva di correre da lui. Arrivato a casa mi sono accorto che aveva vomitato sangue. Soffriva moltissimo e l’ho accompagnato subito con la mia macchina al Villa San Pietro». Quello che accadrà dopo, fino alla mattina del 25 ottobre, giorno del decesso, è tutto negli atti consegnati dal pubblico ministero Maria Bice Barborini al gip Villani per l’apertura del processo. Comprese le relazioni conclusive dei due periti, il dottor Giuseppe La Monaca, medico legale dell’Istituto di Medicina della Cattolica, e del professor Roberto Coppola, dell’Istituto di Patologia Chirurgica presso lo stesso Ateneo, rese al termine dell’autopsia.
In pratica, dopo una lunga e travagliata attesa, quella sera, Armando in preda a dolori lancinanti, viene sistemato su una lettiga e sottoposto ad accertamenti che fanno intendere l’insorgenza di un’ulcera. Del resto, già il medico curante, dottor Alberto Calvieri, per una «gastrite cronica con pregressa ulcera peptica con due episodi di ematemesi (vomito di sangue) negli ultimi 10 anni» aveva da tempo predisposto una terapia adeguata diligentemente seguita dal paziente. Il 23 notte Armando viene ricoverato nel Reparto di Chirurgia, sulla stessa barella che diviene il letto «61bis». Alle 3 Armando ha una crisi. A Giovanni viene «suggerito» dagli stessi sanitari di chiamare un’infermiera russa esterna, a pagamento, per l’assistenza, visto che non c’era personale interno sufficiente. Giovanni così fa e sborsa 180mila lire. L’indomani l’anziano viene sottoposto a radiografia per sospetta «perforazione di ulcera duodenale». Esame che ne conferma la presenza. «I pazienti con perforazione di ulcera duodenale - scrivono nelle loro conclusioni i medici patologi - devono essere sottoposti a intervento chirurgico immediato. Se si decidesse altrimenti e motivatamente, il quadro clinico del paziente va valutato di ora in ora (...) Un mancato trattamento chirurgico porta inevitabilmente alla morte (...) La gestione clinica del paziente (...) deve essere quindi ritenuta colposamente omissiva». Alle 9 del 25 ottobre Armando muore. Il referto parla di «arresto cardiocircolatorio dovuto a peritonite diffusa da perforazione d’ulcera duodenale». «È innegabile - afferma l’avvocato Randazzo - che la carenza di provvedimenti adeguati, nel caso specifico, la volontà di operare il paziente, e la superficialità degli operatori, hanno di fatto privato il signor Armando, della possibilità, comunque alta secondo le statistiche cliniche, di salvarsi».