«Mora potrebbe suicidarsi». I giudici: stia in carcere

MilanoNonostante i 30 chili persi in sei mesi e oltre di detenzione, i cerotti su naso e bocca per minacciare il suicidio, e quelle parole - «chiedo scusa, ma non ce la faccio più» - Lele Mora resta in cella. E ci resta perché «allo stato le condizioni di salute risultanti dalle relazioni mediche in atti non paiono incompatibili con la detenzione carceraria», perché il pericolo che fugga all’estero «è concreto e attuale», e perché «dispone di importanti conti presso banche svizzere e contatti con società offshore». Sono le motivazioni con cui il tribunale del Riesame di Milano ha respinto nei giorni scorsi la richiesta di arresti domiciliari avanzata dai difensori dell’ex agente dei vip.
La perizia disposta dal gip sullo stato di salute di Mora - che ha patteggiato una pena di 4 anni e 3 mesi, ma su cui pende un ricorso in Cassazione - è ancora in corso, e verrà depositata non prima della prossima settimana. E c’è un’altra relazione - quella di parte - redatta da Giordano Invernizzi (professore ordinario di Psichiatria all’Università degli Studi di Milano), che parla di «ipertensione non controllata nella situazione attuale», di «episodi depressivi di notevole gravità», di «insonnia, rallentamento psicomotorio, faticabilità e mancanza di energie, sentimenti di autosvalutazione». E soprattutto, di «ricorrente ideazione suicidari». Insomma, il docente nominato dai legali di Mora sottolinea il timore che il detenuto possa lasciarsi andare a gesti estremi. Invernizzi, nella sua relazione, scrive di avergli sentito dire frasi come «Non ho più voglia di vivere», «Non ce la faccio più», «Penso di uccidermi mettendomi un sacchetto sulla testa». Come Gabriele Cagliari, l’ex presidente dell’Eni, che nel luglio del ’93 si tolse la vita in una cella di San Vittore, infilando la testa in un sacchetto di plastica stretto al collo con una stringa.
Ma per i giudici del Riesame, ci sono buoni motivi per tenerlo in cella. «Lele Mora - scrivono - si è sempre dimostrato insofferente a qualunque forma di controllo legale nello svolgimento della propria attività e nei propri comportamenti, e questo rappresenta un elemento di rischio in relazione al pericolo di fuga». E poi ci sono la «gravità dei fatti contestati, le precedenti condanne, l’utilizzo delle società fallite come cosa propria». Si tratta della «LM Management», e della «Immobiliare Diana». Ma «in proposito - proseguono i giudici - l’imputato è stato al centro di società a lui riconducibili ancorché gestite con l’ausilio di altri soggetti». «A fronte dell’applicazione di una pena considerevole», si legge ancora, il rischio che l’imputato decida di fuggire «non può essere considerato un’ipotesi meramente astratta, ma ha caratteri concreti e attuali». Questo perché, «al di là del mero dato formale della residenza in Svizzera, gli elementi della vicenda mostrano che Mora ha numerosi contatti e appoggi all’estero e dispone di importanti conti presso banche svizzere e contatti con società offshore», circostanza però sempre smentita dallo stesso Mora. E anche la possibilità di un’estradizione in caso di fuga dell’imputato «ha scarso rilievo, perché comunque i tempi e le procedure sono lunghe e consentirebbero la fuga». Infine, una stoccata anche sulla raccolta fondi lanciata via sms dall’ex parrucchiere di Bagnolo di Po. «Un espediente difensivo», lo bolla il Tribunale.
Dalle aule del Palazzo di giustizia, agli schermi televisivi. Diana, la figlia di Mora, si è presentata ieri davanti alle telecamere di «Pomeriggio Cinque». «Non ce la fa più - ha raccontato -, non è un uomo così forte da poter reggere da solo».