LA MORALE DEL MORALISTA

Il «caso Di Pietro», come tutti i «casi», sta scatenando innocentisti e colpevolisti. Tutti dicono la loro - giornalisti, politici, magistrati - e ci mancherebbe altro: ciascuno ha diritto di parola. Ci pare però che non sia stata ancora colta l’essenza profonda della questione. Cerchiamo di metterla a fuoco. Cominciando, naturalmente, con il ricapitolare i fatti.
A Di Pietro vengono contestate essenzialmente due cose.
La prima. Nel corso di un’inchiesta della Procura di Napoli, suo figlio Cristiano è stato intercettato mentre - secondo un costume magari non illecito ma molto italiano - «raccomandava» alcuni professionisti all’ex provveditore delle Opere pubbliche di Campania e Molise, Mario Mautone, poi finito agli arresti domiciliari. Mautone era un uomo di fiducia di Di Pietro senior, che gli aveva dato un incarico al ministero, salvo poi rimuoverlo non appena ha avuto notizia dell’indagine in corso. E qui c’è il primo giallo. Da chi Di Pietro ha saputo che Mautone era nel mirino dei magistrati? «Dalle agenzie di stampa», ha risposto Di Pietro. Ma al momento della rimozione dall’incarico nessuna agenzia - né tantomeno nessun giornale - aveva scritto mezza riga.
Seconda cosa. Un’inchiesta dei nostri Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica ha reso nota una singolare procedura adottata da Di Pietro nella gestione dei rimborsi elettorali che lo Stato concede a tutti i partiti. Invece che dall’Italia dei Valori, i quaranta milioni di euro di denaro pubblico sono stati incassati da un’associazione di cui fanno parte Di Pietro medesimo, sua moglie Susanna Mazzoleni e il deputato Silvana Mura.
Sono un reato, la prima e la seconda cosa? Non lo sappiamo. Può benissimo darsi che non lo siano. Di Pietro sostiene che l’atteggiamento di suo figlio Cristiano «è stato assolutamente non corretto», un atteggiamento «che noi dell’Italia dei Valori non condividiamo». «Però», ha aggiunto, Cristiano «non ha commesso nulla di penalmente rilevante» (intervista a Guido Ruotolo, La Stampa, 24 dicembre). Quanto alla gestione dei rimborsi elettorali, l’ex pm sostiene che la magistratura e la Camera sul punto gli hanno già dato ragione, e sarà senz’altro vero.
Ma proprio qui veniamo a quell’essenza profonda di cui parlavamo. Di Pietro, in politica, porta avanti un solo valore: l’onestà al mille per cento, una diversità antropologica rispetto all’Italia dei furbetti, il disinteresse assoluto verso qualsiasi potere o privilegio, una luterana concezione del denaro come sterco del demonio, un’immacolata concezione. Non c’è altro, nel pensiero di Di Pietro. Non un’ideologia, non una strategia economica, non una visione sulla politica internazionale, sulla scuola, sulla cultura, su qualsiasi questione etica che non attenga al settimo comandamento. Onestà, onestà, onestà, ripete quest’uomo, per onestà intendendo appunto solo il non prendere tangenti, il non interferire sugli appalti. Un’onestà di cui egli stesso si dice paladino, se non addirittura incarnazione. «Noi», ama ripetere, «siamo l’Italia dalle mani pulite».
E dunque. Quando un uomo - anzi, un politico - esige la purezza assoluta dagli altri, non può sottrarsi a che la sua condotta sia passata al setaccio con la più severa intransigenza. Ma lui pretende che no, su di lui non si avanzino dubbi, addirittura che di lui non si parli; dice che noi del Giornale lo attacchiamo per spirito servile nei confronti di Berlusconi, però anche i media non berlusconiani danno spazio alle inchieste su suo figlio, e allora lui risponde stizzito che invece non se ne dovrebbe scrivere, perché sono «una non notizia» (La Stampa, 24 dicembre).
«Una non notizia». Non bisogna parlarne. «C’è il sospetto», gli ha chiesto Ruotolo della Stampa, «che lei fu avvisato sulle indagini in corso e per questo impose a Cristiano di troncare i rapporti con Mautone». Risposta di Di Pietro: «È una puttanata mostruosa». Così, senza aggiungere altro. Lo stesso quesito glielo ha poi rivolto Francesco Bei di Repubblica (giornale berlusconiano?) il 28 dicembre, e lui: «È una stupidaggine mostruosa sostenere che qualcuno mi abbia rivelato segreti d’ufficio. Chi ha fatto il mio mestiere annusa l’aria».
A voi paiono spiegazioni esaurienti? Una puttanata. Una stupidaggine. Un’annusata all’aria. Chiuso il discorso, per Di Pietro. E invece no, c’è qualcuno che da un uomo pubblico - per giunta con l’autopatente di integerrimo - pretenderebbe risposte un po’ più articolate. La rivelazione di segreti d’ufficio è «penalmente rilevante», per usare l’unico metro di giudizio caro a Di Pietro. Non ha commesso alcun reato? Nessuno dalla Procura gli ha spifferato nulla? Benissimo. Gli crediamo. Ma non se si limita a dire che è una puttanata o una stupidaggine. Soprattutto perché la prima risposta che aveva dato («L’ho saputo dalle agenzie») non è risultata vera. Vuole chiarire, per favore, senatore Di Pietro? È stato lei, e non altri, a dire che aveva saputo delle indagini in corso. Come lo ha saputo?
Ieri Libero ha pubblicato un’ampia intervista nella quale Di Pietro ha replicato alla nostra inchiesta sui rimborsi elettorali. Come mai quei rimborsi non finiscono al partito ma a un’associazione sua, di sua moglie e di una persona di loro fiducia? «O benedetto Signore», ha risposto Di Pietro, «ma sono la stessa cosa! Che lo chiami associazione o movimento sempre quelli siamo». Ne è sicuro, senatore Di Pietro? Facciamo un esempio. I rimborsi elettorali del Pd vanno al Pd. Il cui segretario è Walter Veltroni. Ammettiamo che al prossimo congresso Veltroni finisca in minoranza e al suo posto venga eletto, che so, D’Alema o Bersani. La cassa rimane al Pd o a un’associazione di cui fanno parte l’ormai ex segretario Veltroni, sua moglie e un altro deputato?
Caro senatore Di Pietro, non la stiamo accusando di aver rubato quei soldi, o di farne un uso che non sia il finanziamento del partito. Ma ammetterà che la procedura è singolare, tanto che alcuni suoi ex compagni di avventura le hanno fatto causa. Lei non ha commesso nulla di «penalmente rilevante»? Meglio per tutti. Ma il giudizio degli italiani, grazie al cielo, non si fonda solo sul «penalmente rilevante», e a qualcuno può far specie che un politico metta al riparo la cassa da un’eventuale messa in minoranza nel partito. Anche questo non lo diciamo noi, l’ha fatto intendere lei: «Noi ci siamo garantiti così e ci sentiamo tranquilli dalle rivendicazioni di qualche guastafeste», ha detto a Libero, facendo l’esempio dei «litigi dentro il Pd tra ex Margherita ed ex Ds sul patrimonio» e a quelli possibili, fra breve, tra Forza Italia e An. «Voglio stare tranquillo e voglio vederci sempre chiaro, io», ha aggiunto.
«I quattrini destinati dallo Stato alla politica in generale sono troppi e ingiustificati: non soltanto quelli incamerati dall’Italia dei Valori e dal suo fondatore», ha scritto ieri su Libero Vittorio Feltri. Che ha aggiunto: «La scorpacciata di Di Pietro stupisce, ma occorre precisare che lui ha chiesto l’eliminazione del finanziamento, non sappiamo dire con quanta convinzione». Così fan tutti, insomma. Vero. Ma Di Pietro vive e prospera proprio perché dai «tutti» ha sempre preso indignate distanze. E allora. Chi chiede l’abolizione del finanziamento pubblico già è un po’ contraddittorio se il finanziamento lo incassa; se poi lo incassa con un’associazione di famiglia, lo è ancor di più. Per lo stesso metro di giudizio, chi si fa paladino dell’autonomia della magistratura rispetto alla politica deve chiarire meglio come ha saputo di un’inchiesta che riguarda (anche) suo figlio.
Di Pietro, si dice, ricorda i giacobini. Non sappiamo se sia al corrente che anche Robespierre finì sulla ghigliottina, e che da quei tempi ogni moralista ha sempre trovato qualcuno più moralista di lui. Non sappiamo neppure se sappia che, per finire sul patibolo, durante il Terrore bastava non mostrare sufficiente entusiasmo per la Rivoluzione. Il che non è «penalmente rilevante».