Morandi: "E pensare che come cantante non sono niente di speciale"

Il "ragazzo di Monghidoro" racconta la sua carriera: mezzo secolo fra alti e bassi. Venerdì esce il suo cd triplo con i 50 più grandi successi

Milano - Ma no, Gianni Morandi tutto in una volta è una botta troppo forte, è come vedersi passare impietosamente davanti quarantacinque anni di storia e mischiare nostalgie e ricordi dentro le maglie strette di un ritornello. Venerdì esce Grazie a tutti, triplo cd che per la prima volta raccoglie tutte, ma proprio tutte, le sue cinquanta canzoni più famose ed è quasi inutile specificare quali: da Andavo a cento all’ora, C’era un ragazzo, Non son degno di te e Scende la pioggia fino a Bella signora e Banane e lampone, roba che mediamente due terzi degli italiani ormai conosce a memoria. Non ci fossero anche la nuova Stringimi le mani (scritta da Pacifico), il duetto con Baglioni in Un mondo d’amore, la versione di Se non avessi più te arrangiata da Morricone e un medley di Questa vita cambierà, Com’è grande l’universo e Principessa, questi tre cd (molto sciccosa l’edizione a tiratura limitata a forma di valigetta) sembrerebbero l’apologia, bella ma malinconica, del bel tempo che fu. E invece basta parlargli, a Gianni Morandi, per capire che va ancora a cento all’ora e che si è accorto di averli, i suoi quasi sessantatré anni, solo rivedendo queste canzoni tutte insieme in un cd.

Morandi, un repertorio sterminato: di quale canzone non ne può più?
«Per carità, mi piacciono tutte. Però Fatti mandare dalla mamma è diventata quasi un’ossessione, la sento persino alle feste dei bambini. E io non ho più l’età per cantarla».

Però nei suoi concerti c’è sempre.
«Intanto se non la faccio io, è il pubblico che inizia a cantarla da solo».

Adesso con questo triplo cd ha fatto il riassunto della sua carriera. È una maratona (tanto le piacciono).
«In quei brani ci sono tante storie, spesso emozionanti, talvolta incredibili».

Vale a dire?
«Se solo penso ai miei esordi: sono arrivato a Roma a diciassette anni nel 1962 e mi sono trovato a lavorare in un gruppo con Migliacci, che aveva appena scritto Nel blu dipinto di blu, Bruno Zambrini e addirittura due futuri premi Oscar, cioè Luis Bacalov ed Ennio Morricone».

Per forza poi ha avuto successo.
«Ho iniziato così. E chissà che cosa sarebbe accaduto se, invece di portarmi a Roma, il mio scopritore Paolo Lionetti, che era un arbitro di pugilato, mi avesse accompagnato a Milano...».

Il suo talento sarebbe stato lo stesso.
«Ma io non sono speciale, ce ne sono duecento, trecento o mille che cantano come me».

Che fa, cita Uno su mille ce la fa?
«La vita spesso è fatta di coincidenze e casualità. È una cosa strana, la vita».

La sua si divide in tre fasi.
«Vero. Il primo è quello della tv in bianco e nero, quando tutto era facile e avevo un successo strepitoso. Ho conosciuto tutti, da Sordi a Gassman a Michelangelo Antonioni, con qualcuno ho anche stretto amicizia. Grande periodo».

Poi gli anni ’70.
«Arrivarono i cantautori e gli anni di piombo. La mia carriera andò in crisi e anche la mia vita personale. Poi sono rinato».

Merito anche di Mogol.
«In realtà mi contattò per la Nazionale cantanti: aveva finito il suo rapporto con Battisti dopo Una giornata uggiosa e gli era venuta la fissa del calcio. Ci vedemmo, mi chiese (imita la sua voce nasale - ndr): “Ma tu una volta cantavi, ora cosa fai?”. Gli risposi che cantavo ancora, ma per pochi».

Bella battuta.
«Allora lui scrisse per me Canzoni stonate, che iniziava con il verso “canto solamente insieme a pochi amici”. Da lì sono ripartito».

Adesso ha intitolato il suo album con un definitivo Grazie a tutti. Ha finito di cantare?
«Macché, ho solo voglia di ringraziare chi mi ha accompagnato fin qui, dai 200 autori, ai direttori d’orchestra, ai discografici, soprattutto al pubblico. Il mio viaggio da cantante non è ancora finito».

Però le manca qualcosa.
«Un ruolo drammatico al cinema, un personaggio non da Gianni Morandi. Oppure una pièce teatrale. Chissà che cosa mi riserverà il futuro».

Intanto ha votato per il Pd?
«Certo. Veltroni naturalmente. Ma mia moglie preferisce la Bindi».

Entusiasta di questo nuovo partito?
«Diciamo che mi accontenterei di non sentire più la parola comunista».
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