Morandi: «Era come Caruso» Zucchero: «Voleva tornare»

Jovanotti profondamente commosso: «Anche il sole sembra salutare la sua grandezza». Fischi e insulti a Lele Mora ospite inatteso

nostro inviato a Modena

Gianni Morandi quasi non voleva sedersi, in quella navata gonfia di silenzio. «Sono qui solo per salutare Nicoletta» ha detto con un filo di voce, arrossandosi per la commozione prima di prendere posto due file dietro a Bono e due avanti a Zucchero. Poi ha usato la sua voce a malapena per sussurrare i salmi a capo chino. «Lo ricorderanno come è stato ricordato Caruso - ha poi detto uscendo -; sono contento che fosse emiliano come me». Lui c’era, Morandi nel Duomo di Modena, a fare l’ultimo inchino al tenore dei tenori. Ma c’erano pochi altri di quel pop che spesso ha ricevuto ospitalità e onori da Pavarotti. Lucio Dalla, ad esempio, o Renato Zero no. Laura Pausini è rimasta bloccata dalla febbre, Ligabue dalla poca voglia di apparire, gli altri si sono limitati a commentare via stampa e buonanotte.
Quando la bara del Maestro era ancora là da sola davanti all’altare, Zucchero e Jovanotti (e le loro rispettive compagne) erano già seduti a parlare fitto, gli sguardi nascosti dagli occhiali scuri, le espressioni di dolore vero, quello autentico che prova vergogna a mostrarsi in pubblico. Quando è finito tutto, Zucchero, uno che Pavarotti lo ha corteggiato, l’ha avuto vicino, elogiato e declamato, parlava con quella stessa addolorata incredulità di chi ha perso un parente. «Ci eravamo sentiti a Natale, mi aveva annunciato che voleva tornare a cantare a marzo alla Royal Albert Hall di Londra e io ero rimasto felice di quel progetto, ancora non mi sembra vero che non ci sia più». Miserere.
Accade di rado, in quegli orridi tourbillon di apparenze che sono i grandi funerali degli artisti, di sentire durante la cerimonia anche il calore autentico dei colleghi: qui la loro commozione era così sincera perché, ripensandoci, mai nessuno aveva polemizzato con Pavarotti né aveva ridacchiato sul suo sconfinamento nel pop. E mentre Caterina Caselli, una che di accavallamenti tra classica e pop se ne intende, scambiava qualche parola con Gianni Minà, qualche fila più avanti Jovanotti era semplicemente Lorenzo Cherubini con lo sguardo addolorato. Conoscendolo, se non ci fosse vero dolore non gli sarebbero uscite frasi veltroniane come «anche il sole sembra oggi salutare la grandezza di Luciano». Per un giorno, e questo è stato l’ultimo acuto di Pavarotti, le emozioni hanno fatto perdonare anche la retorica. E, fuori dal Duomo, i fischi a Lele Mora, ospite inatteso e forse inopportuno, sono stati l’unico guizzo mondano di una giornata di lacrime.