Morante: "Io, cantante e madre frivola"

Roma - Cara Laura Morante, nella delicata commedia sentimentale di Claudio Antonini, Liscio, dov’è la fascinosa cantante da balera Monica, lei canta per davvero, anche su modulo jazz: da musa discreta del cinema italiano a padrona del pentagramma?
«In verità, non è la prima volta che canto, sullo schermo. Ho impersonato una cantante rock, in un singolare film portoghese, dal titolo inglese To the bitter end (Verso l’amara fine), mai uscito in Italia e poi ho fatto la cantante lirica degli Anni Venti nel film argentino Corps perdus (Corpi perduti), di Edoardo De Gregorio. Cantare mi viene facile, non è un’esperienza nuova, per me».

Come concilia il lavoro di attrice, sia pure versatile, con quello di neo-cantante? Tra breve, uscirà il disco delle canzoni, da lei così bene interpretate in Liscio...
«Prima di tutto, mi piace cambiare. Quanti ruoli di moglie tradita ho dovuto rifiutare! È che ho un rapporto di carattere musicale con il mio lavoro d’attrice. Credo poco, infatti, alla psicologia e molto al ritmo. Per calarsi bene in un ruolo, occorre leggere bene la partitura, andare nel ritmo. Io, che ho fatto anche la ballerina, mi sono sempre preoccupata, quando arrivava il momento delle diagonali».

Che cos’è, il momento delle diagonali?
«È quando bisogna entrare nel balletto, a tempo, una ballerina dietro l’altra. Ero terrorizzata dall’andare a tempo, entrando nel momento giusto: ho lo stesso rapporto angoscioso con lo skilift!».

Allora ha rinunciato a sciare?
«Esatto: ho smesso di sciare, per la dannata paura di sbagliare l’attimo esatto, in cui devi saltare sul seggiolino. Specie in salita. Stessa cosa con le scale mobili: una volta sono riuscita a prenderne una al contrario».

Da che cosa derivano queste fobie?
«Dal fatto che ho una natura anarchica e una profonda diffidenza verso tutto ciò che è meccanico».

Come se l’è cavata, allora, con la registrazione del disco, esperienza comunque legata al doversi coordinare?
«Molto bene, direi. Ho inciso in tre giorni, entrando rapidamente in sintonia con l’atmosfera del liscio, musicalità popolare, che nel film di Antonini viene esaltata dalle esecuzioni di Gianni Coscia e di Gianluigi Trovesi, tra i migliori musicisti internazionali di jazz. Poi, il liscio è molto basato sul toccarsi, sul contatto e questo mi piace: credo più nella gestualità che nelle chiacchiere. Di mio, canticchio in continuazione, anche a casa, canzoni delle mondine, per esempio. Da ragazza, avevo una voce graziosa».

Nel film (in uscita il 30 marzo) è una madre disinibita, in perenne discussione col figlio adolescente (interpretato da Umberto Morelli, il padre è Antonio Catania), contrariato dalla disinvolta condotta materna e la sua Monica abbraccia e bacia spesso il tormentato ragazzino: quanto c’è, di lei, nel personaggio?
«Un padre o una madre che non ti abbracciano sono tremendi. Io, comunque, non cerco d’essere una madre perfetta, anzi. Credo molto nel genitore imperfetto, perché arriva sempre la fase in cui il figlio vuol fare meglio del genitore e deve cavarsela da solo. Il problema è che nella cultura borghese si parla troppo, si tenta d’essere amici dei figli. E ci si tocca poco. Personalmente, non avrei voluto avere una madre amica. Ai figli bisogna lasciare uno spazio mentale tutto loro».


Sua figlia si è messa a recitare, l’abbiamo vista in Manuale d’amore 2, nell’episodio di Verdone: la consiglia o la lascia fare di testa sua?
«All’inizio non voleva proprio ammettere che le piacesse il mio mestiere, eppure sono stata la prima ad accorgermene. Direi che la lascio fare, non le pongo ostacoli. E spero che vada per la sua strada e sia migliore di me. Da figli, è sano dire: “Posso fare meglio”».