Morante: "Mi vergogno ancora di essere un’attrice"

L'attrice: "Quando mi chiedono che lavoro faccio, rispondo a fatica. A volte sogno la Madonna che mi dice: sono attrice anch'io"

Bari - Ha perso il conto Laura Morante: «Non so bene, ho girato tra i 40 e i 50 film. La media è di un film e mezzo l’anno. Ci sono state anche pause ma non sono ansiosa e non mi deprimo come certi miei colleghi. Certo, dopo che sono stata ferma due anni un po’ mi sono preoccupata... ». Problemi del passato forse, a breve sarà la protagonista del nuovo film di Pupi Avati («ma per ora il ruolo è top secret») ed è stata la prima grande stella giunta a Bari alla nuova manifestazione creata da Felice Laudadio che sta già registrando il tutto esaurito nelle sale, «Per il cinema italiano numero 0» (in programma oggi un seminario sulla critica tenuto dal nostro Maurizio Cabona).

A Laura Morante va il Premio per l’eccellenza artistica. Un riconoscimento alla carriera che induce a volgere lo sguardo dentro e indietro. Ecco allora la Morante più intima e vera: «Mi vergogno di fare l’attrice!».

Prego?
«È più forte di me, ancora oggi. Ad esempio quando in treno mi chiedono cosa faccio, mi viene difficile, mi vergogno a dire “sono un’attrice”. Non mi sembra serio. La verità è che ho impiegato un certo tempo ad affezionarmi a questo mestiere. E poi... ».

Poi?
«Ripensandoci, il cinema che mi piace di meno è quello che ho fatto sempre con i film intimisti e naturalisti dove il limite tra la finzione e la menzogna è molto labile. Mi hanno sempre fatto impressione quelli che piangono per davvero, poi nella realtà come fanno?».

Colpito e affondato il mito dell’Actor’s Studio...
«Mi sento attrice d’istinto e meno di tecnica. Se dovessi convincermi di essere Sibilla Aleramo per interpretarla, sarei pazza. Marcello Mastroianni scherzava sugli attori che per interpretare un medico dicevano di essere stati un anno in ospedale: “Se fosse così farei prima a dare un calcio nei coglioni al ragionier Rossi che abita di sotto e piangerebbe meglio di un attore”».

A proposito di pianti, ha sofferto nella vita?
«Come tutti credo. Ad esempio quando sono morti i miei genitori. E poi sono stata giovane in un momento in cui era anche pericoloso: diversi miei amici sono morti per droga».

Ha mai avuto bisogno dell’analisi?
«Sì, ma mi è servita pochissimo. Una volta avevo attraversato uno dei miei tanti periodi difficili e sono andata da un analista. L’unico problema è che dormiva mentre io parlavo. Per la mia autostima è stato fatale. Stesso problema a raccontare i sogni».

Me ne dica uno.
«Il più bello: stavo girando un film in un ruolo di strega. Era l’ultima scena e dovevo inginocchiarmi e pregare davanti alla statua della Madonna. Lo faccio e mi commuovo davvero e inizio a piangere confidandole che mi vergogno del mio mestiere fatto di cose finte. Ad un tratto lei si sporge dalla nicchia, scruta se c’è qualcuno, e mi dice: “Ma sono attrice anch’io!”».

Non tutti sognano la Madonna, che rapporto ha con la fede?
«Non sono strutturalmente credente ma rivendico una grande fede spirituale. Ho cercato di avvicinarmi al buddismo ma, forse per la mia toscanità, quando sento certi suoni scoppio a ridere. Penso però che la gente sia pazza a non nutrirsi spiritualmente perché ne abbiamo bisogno come del pane, del cibo e dell’acqua».

La famiglia l’ha influenzata?
«La famiglia c’entra sempre, direbbe l’analista. Avevo un padre e una madre molto diversi tra loro uniti però da una forma di rigore. Nessuno mi ha mai detto: che vergogna fai l’attrice. Anche se mia madre aveva un problema con la gente di successo, trovava che fosse una cosa volgare».

Come vive da sinistra la débâcle della sinistra?
«Come una tragedia. Forse bisognava passare tra queste macerie ma certo ora siamo tutti depressi. Ho nostalgia dell’epoca in cui credevamo nell’impegno politico».

Rimarrà tutto «Un grande sogno» come il film di Placido sul ’68 in cui lei ha una parte?
(ride) «Ho una piccolissima parte, sono un’insegnante di recitazione, ma spero che il seme non muoia e dia quindi molto frutto».

Meglio allora buttarsi in una commedia...
«Sì e stavolta a dirigerla in Francia sarò proprio io. Ciliegine sarà una commedia buffa sulla difficoltà di lasciarsi andare e di dare fiducia agli uomini».

Le hanno mai proposto un ruolo in un cinepanettone?
«No ma non è il mio genere. Ho l’impressione che sarei a disagio, preferisco immaginarmi in un western».

Ha ancora un sogno professionale?
«Vorrei tanto fare un radiodramma. Mi piace immaginare i rumori, le atmosfere... ».