Una moratoria per Malpensa

L'errore di partenza è stato quello di associare i destini della compagnia di bandiera a quelli dell'aeroporto lombardo

L’argomento più facile per fermare l’acquisto di Alitalia da parte di Air France, sarebbe quello di ricordare lo sciovinismo francese di questi giorni nel difendere gli incredibili errori della Société Générale. Una banca che ha fatto un buco colossale, e che l’alta politica francese (da Sarkozy a Fillon) sta difendendo da possibili scalate ostili straniere di cui si rumoreggia in queste ore. È un argomento facile, ma sbagliato.
«Lo Stato - ci ricordava Bastiat - è la Grande Finzione, per mezzo della quale tutti quanti cercano di vivere alle spalle di tutti quanti». E nella difesa dell’italianità, o della francesità, di una società di capitali, si nasconde spesso questa grande finzione. Male, malissimo si è fatto dunque nell’associare i destini della nostra disastrata Alitalia a quelli della Malpensa. Persino Adamo Smith sosteneva che tra i compiti dello Stato ci fosse quello di occuparsi delle grandi opere pubbliche, delle infrastrutture necessarie per lo sviluppo di una comunità, e che i privati, da soli, non avevano interesse o la forza di costruire. Un aeroporto è una grande infrastruttura, una compagnia aerea no.
Su questo crinale, in questa sottile distinzione si può dunque cogliere la comprensibile esigenza delle forze politiche lombarde nel difendere pervicacemente il ruolo di Malpensa. Da un punto di vista schiettamente liberale si può considerare il ruolo dell’aeroporto come vitale per un’area produttiva come la Lombardia. Bene fa dunque Formigoni a chiedere una «moratoria» per lo scalo. Una logica competitiva e moderna si dovrebbe sviluppare su alcuni aspetti di sistema.
1. I diritti di volo, quelli che regolano le tratte punto-punto (Milano-Mumbai, o Milano-Shanghai ad esempio), sono gestiti a livello politico, attraverso accordi bilaterali tra governi. Sono dunque fuori dal mercato, ad eccezione di Europa e Stati Uniti che sono stati appena liberalizzati. È ragionevole dunque che la Lombardia si faccia promotrice di un’azione politica affinché il governo tratti per mantenere su Malpensa tali diritti. E dunque permettere ad un nuovo entrante (Lufthansa?) di poter fare offerte commerciali con base a Malpensa e volo diretto fino a destinazione.
2. Due anni di tempo, sono quelli che chiede Formigoni, darebbero la possibilità a Malpensa, e agli utenti della vasta area che su di essa insiste, di trovare nuovi vettori disponibili a operare direttamente dallo scalo italiano. Se ciò non dovesse avvenire vorrebbe semplicemente dire che non vi è una richiesta da parte dei consumatori. O che l’offerta italiana è meno comoda o conveniente di quella che si ha da altri hub europei. Se così fosse Malpensa dovrebbe essere semplicemente lasciata al suo destino. senza tanti piagnistei.
3. Malpensa senza Alitalia non ha più alibi. Non si potrebbe più dire che essa è soffocata dalla scarsa operatività dell’ex vettore di bandiera. L’aeroporto dovrebbe stare in piedi solo sulle sue gambe. Cercare vettori alternativi ad Alitalia, essere perfettamente funzionante e ben collegata con il suo bacino di potenziali clienti. Il paradosso è che Malpensa è stata studiata per essere snodo di Alitalia, ma solo oggi che viene mollata dagli italiani, si avvia a completare le infrastrutture. Un grande sforzo, con i soliti ritardi italiani, di cui godranno terzi vettori.
4. In prospettiva non vi è motivo alcuno per il quale la società che gestisce gli aeroporti lombardi sia in mano agli enti locali. Formigoni, che non ha un’azione della Sea (la società di gestione), ma anche Penati e la Moratti, dovrebbero impegnarsi a privatizzarla.
Nicola Porro