Una moratoria sul pessimismo

Nero, nero, nero. Questa crisi, davvero, non ti lascia stare un momento. Ti perseguita, come un cielo grigio, come la pioggia di Londra, quando non smette mai. Uno pensa: passerà. Ma poi ogni giorno arriva un bollettino economico che non lascia scampo. Sono strani gli economisti, prima della tempesta di solito stanno zitti, quando arriva si vestono a lutto e ogni giorno ti ricordano la tua pena. È una litania di previsioni straordinarie, di Pil che cadono come pere mature, di recessioni a catena, di auto nuove parcheggiate nei concessionari, di segni meno e ognuno è una croce.

Un giorno arriva l’allarme di Bankitalia, il giorno dopo tocca alla Commissione europea, con il commissario agli Affari economici Joaquin Almunia che parla dell’Italia e rivede al ribasso la stima di crescita zero di novembre. Si scende a meno due. È più buio della mezzanotte. E via così: una volta tocca al Fondo monetario internazionale, un’altra si fa sentire la Confindustria, da Est gli economisti fanno sapere che anche la Cina è in caduta libera, mentre la Fed americana sparge sale sulle ferite. Ieri si è fatta sentire anche la Bce e la musica non cambia: la recessione mondiale è «grave e sincronizzata». E quel sincronizzata ha un suono davvero inquietante, qualcosa da fantascienza nera, che sta lì a evocare una sorta di complotto globale della malasorte.

C’è il rischio di perdersi in questo mare di pessimismo. Le persone, quelle che già tirano avanti con angoscia, si afflosciano. E si chiedono: ma queste cifre in rosso e disperate sono sempre le stesse o qui ogni giorno va sempre peggio? Quello che resta, il messaggio che arriva, è comunque lo stesso: non c’è speranza. D’accordo, le istituzioni economiche fanno quello che sanno fare. Snocciolano conti e cifre. Ma non c’è un modo per arginare questo stillicidio? Non possono decidere di concentrare in un colpo solo i tristi presagi? È proprio necessario scrivere ogni giorno il diario dell’apocalisse? Questo, signori, è sadismo.

Lasciateci respirare, un po’ di silenzio. Risentiamoci tra sei mesi, altrimenti è inutile stare qui a parlare di fiducia, di spendere, di affrontare con ottimismo quel po’ di futuro che si scorge all’orizzonte. Non siete voi, economisti, che tirate in ballo gli aspetti psicologici della crisi? Le banche, intanto, rallentano i prestiti a imprese e famiglie. Ottimo, ti viene da dire, prima combinano i guai e poi strozzano chi produce e consuma. Tutto come previsto.

Questi giorni ricordano un vecchio film di Troisi e Benigni: Non ci resta che piangere. Ve lo ricordate l’incontro con Savonarola? Lui li guarda, con l’indice puntato, e ogni volta prèdica: ricordati che devi morire. Sempre così. Come una vecchia cornacchia. E giù scongiuri. Ancora: «Ricordati che devi morire». E Troisi sbuffando che replica: «Sì... Sì..., mo’ me lo segno». Appunto. Ok, abbiamo capito. C’è la crisi. Questi sono i conti. E poi? Qualcuno sa dirci, per favore, da che parte si esce.