«Moratti, Bossi, Di Pietro Adesso vi racconto tutto quello che so di loro»

Ha appena traslocato in un palazzo ancora in costruzione all’ex Fiera di Milano, ma nell’ufficio di Gabriele Albertini regna già un ordine essenziale che rispecchia la meticolosità del padrone di casa. Ci sono un tavolo sgombro verde ramarro, cinque sedie nuove dello stesso colore e sul muro bianco il suo manifesto per le europee: «Un uomo che parla coi fatti». Albertini è altrettanto accurato. Cranio lucido, viso intonso, camicia con le cifre, cravatta azzurra. L'enorme orologio al polso oltre alle normali funzioni consente di cronometrare, prevedere il tempo, sapere l’ora sotto ogni fuso, le fasi lunari, le effemeridi. È evidente che vuole tutto sotto controllo. Prima dell’intervista telefona due volte al ristorante. Una per sincerarsi che abbiano annotato la prenotazione. L’altra per precisare che anziché alle 13.30 arriverà alle 13.35.
«Lieto che sia venuto di persona», dice mentre sediamo al tavolo verde uno di fronte all’altro come per una roulette a due.
«Non so fare le interviste per telefono», dico.
«Nulla sostituisce la sensibilità rabdomantica di due anime che si incontrano», conferma. E questo già vi dice che l’ex sindaco di Milano e deputato Ue uscente con ambizione di riconferma a giugno, ama le sottigliezze. Come si sa, è uno scapolo di 59 anni. Questo non vuole dire che sia solo. A parte la situazione personale di cui parleremo oltre, ha un fratello, due sorelle, sei nipoti e nove pronipoti. Il fratello si è sposato due volte. «Forse ha fatto anche la mia parte», malizia. La sorella maggiore ha 19 anni più di lui, gli altri 15 e dieci. «Sono l’ultimogenito, nato quando mia mamma ne aveva 42 e papà 48. Una gravidanza non programmata e rischiosa. Qualcuno dirà che lo sono comunque, ma potevo nascere un po’ tonto come certi bimbi tardivi».
«Le è andata bene», dico.
«Benino», gigioneggia.
«Perché tornare a Strasburgo? Potrebbe dare una mano a Milano che è in declino».
«Un’opinione da intellighenzia salottiera. I più grandi architetti stanno lavorando per cambiare la sky line della città» e cita, adeguando la pronuncia alle nazionalità, una sfilza di architetti, americani, spagnoli, italiani, giapponesi. «Sono i Bernini e i Brunelleschi di oggi. Altro che declino».
«L’Expo non decolla. Si è perso un anno nel braccio di ferro tra il sindaco Moratti che voleva carta bianca e Roma».
«L’assegnazione dell’Expo a Milano è merito di Letizia. Legittimo che aspirasse a poteri straordinari».
«Invece?».
«Ha esagerato. Il comune ha solo il 20 per cento della Soge, società di gestione dell’Expo. Il doppio è in mano al Tesoro e ci sono anche Regione, Provincia e Camera di commercio. Avevano diritto di dire la loro».
«Moratti voleva come ad il pupillo Paolo Glisenti. Tremonti ha imposto Lucio Stanca».
«Scelta appropriata. Stanca ha dimostrato capacità gestionali».
«Glisenti?».
«Bravissimo nella comunicazione, ma non ha dato nessuna prova nella gestione».
«Letizia si è impuntata».
«È volitiva. A volte ultra vires (al di sopra delle sue forze. È il primo dei latinismi che ad Albertini fioriscono sulla bocca come papaveri a giugno). Non aveva di fronte subalterni. Tremonti l’ha rimessa a posto: “Letizia, lo Stato non è tuo marito”».
«Tra lei e Letizia c'è ruggine...».
«Sono stato il primo a fare il suo nome per Palazzo Marino».
«Moratti ha però preso le distanze da lei in campagna elettorale».
«Mal consigliata, penso da Glisenti, ha commesso errori. Ha criticato il mio piano parcheggi e cambiato 94 dirigenti senza averli sperimentati. È dovuto intervenire Silvio per dirle di mantenere la continuità tra me e lei».
«Che tipo è Letizia?».
«Notevole capacità di pubbliche relazioni. Minore quella di governo».
«Un paio di mesi fa in tv, da Fabio Fazio, era latte e miele».
«Ha avuto giusti suggerimenti. Letizia ha un problema di sintonia con i milanesi. La sua ricchezza e il tono perentorio che le è proprio non favoriscono l’identificazione dei cittadini».
«Torniamo a lei. Perché rivotarla per Strasburgo se - dicono le cronache - ha fatto solo 11 interventi in aula nei cinque anni?».
«Giudizio quantitativo e demagogico. Parlare in un’aula semivuota per due minuti è facile. Il vero lavoro è un altro. Ho fatto corpose relazioni, presentato centinaia di emendamenti, partecipato all’80 per cento delle votazioni».
«Per darsi alla politica ha venduto l’azienda di famiglia. Non è certo un sentimentale», dico.
«Non abbiamo eredi. Mio fratello ha 69 anni, due figlie e generi che si occupano d’altro. Scelta obbligata».
«È tanto poco sentimentale che alla sua bella età non è ancora sposato». «Ragioni intime», mormora Albertini e, attraverso i suoi occhialoni senza montatura, mi guarda con aria da boy scout.
Insisto.
«Tra i miei genitori c’era armonia. Nella mia vita non ho trovato una situazione assimilabile a quella in cui sono nato».
Perciò è solo.
«Ho una compagna da anni. Ma non sono sposato. Può darsi però che lo diventi».
Le sta dando una bella notizia.
«Sicuro è solo il funerale. Le altre cerimonie sacramentali sono incerte. Le cose devono maturare».
La sua scapolaggine suscitò pettegolezzi. Bossi la chiamò: “Albertina”.
«La mia presunta omosessualità».
Lei non fiatò.
«Mi è così estranea che non dovevo smentire. Non ho niente contro l’omosessualità degli altri, ma che fosse attribuita a me senza motivo mi seccò. Poi, mi sono vendicato».
Cioè?
«Quando la Lega, che era all’opposizione, volle entrare nella mia giunta, pretesi le scuse di Bossi. Ha visto Un pesce di nome Wanda?».
Non ricordo.
«C’era un tizio che aveva fatto un torto a un altro che pretendeva le scuse. Tizio rifiutò. L’altro lo prese e lo mise testa in giù. Le scuse arrivarono esagerate: "Non lo farò più. Sei il migliore. Sarò tuo schiavo, ecc.". Trascrissi il dialogo e mandai a Bossi una lettera dicendo che volevo scuse analoghe, senza accennare al film. In caso contrario, rifiutavo di essere sindaco con la Lega».
Bella beffa.
«Bossi mandò i suoi colonnelli a trattare. "Voglio la sua umiliazione", ribadii. Solo dopo avere tirato per bene la corda dissi che era uno scherzo e accettai scuse normali. Bossi ricevette una tapira gay vestita di rosa che i leghisti, spiritosamente, deposero sul suo seggio di Strasburgo».
Di Bossi ha detto: «È infrequentabile. Ha festeggiato tre volte la laurea che non ha mai preso».
«Sull’infrequentabile mi sono ricreduto. Vero però che prima di trovare la sua strada è andato tentoni. Oggi si è riscattato e ha un posto nella storia».
Lei ha studiato dai gesuiti al Leone XIII.
«Mi ha segnato moltissimo. L’ho capito nei nove anni da sindaco».
Cioè?
«L’indifferenza alla carica. "Bisogna vivere col piede levato", pronti ad andarsene, diceva Ignazio (non è un suo amico, ma Ignazio di Loyola, cinquecentesco fondatore dell’ordine). Appena insediato feci una lettera di dimissioni senza data e mostrandola in giunta dissi: "Se fate scherzi, me ne vado". Do fiducia, ma esigo lealtà. Ignazio diceva, "perinde... "».
E dàlli col latinorum.
«Sono i gesuiti: so a memoria interi brani di latino e greco».
Luca Barbareschi subì da un gesuita nella sua stessa scuola violenze pedofile.
«A me non accadde nulla. Forse non ero appetibile. Anche se... ».
Se?
«Ero carino».
È credente?
«Alle medie volevo farmi gesuita ed entrare in seminario. Per anni sono stato cattolico praticante. Oggi, non so più. Sono alla ricerca».
Il silenzio del cardinale Tettamanzi sugli islamici al Duomo?
«Un’autorità religiosa moderna, non dei tempi delle crociate, ha un ruolo pacificatore. Tacendo ha voluto portare concordia».
Il sindacalista che prese a bastonate la sua auto quando era sindaco è stato assolto. Per il giudice aveva solo appoggiato il bastone sul cofano.
«Figuriamoci! Sentenza al di là di qualsiasi commento».
Lei stravede per il Cav.
«Ho sincera ammirazione e mi è molto simpatico. Sono berlusconiano di ferro, ma mai iscritto a Fi. Ora ho chiesto la tessera del Pdl».
Lei soffrì la rottura tra il Cav e Montanelli.
«Un giorno Berlusconi mi chiese di ricucire lo strappo. Andai da Indro e gli dissi: "Ti considera un padre". Lui si dichiarò pronto all’incontro. Berlusconi tergiversò e solo un mese dopo mi disse di fissarlo. A quel punto, Montanelli non volle più».
Lei disse: «Una cosa Silvio non deve cambiare: Veronica». Lo ripeterebbe?
«Con Veronica ho passato a Pietroburgo una serata fantastica fino a notte fonda navigando sulla Neva».
Gatta ci cova?
«Ha occhi meravigliosi, ma nessun equivoco. C’era un concerto di Muti sponsorizzato da Mediaset e c’era Confalonieri. Ho apprezzato la sua finezza, la sua cultura e profondità. Mi duole che il loro rapporto si consumi in una polemica tra coniugi».
Chi tollera di più, Di Pietro o Franceschini?
«Si vedono origini diverse. Sono più in sintonia con Franceschini. Ha studi regolari, un certo stile. L’altro ha vicende poco chiare e modi incongrui».
Ho finito.
«Mi farà rileggere?».
No.
«Potrebbero esserci sviste. Quattro occhi vedono meglio di due».
No.
«Cedo arrogantiae».