La Moratti buona di Ferrante

In merito alla legittimità democratica della candidatura di Letizia Moratti a sindaco di Milano, mi sembra, dopo la doppietta di fischi e commenti per la partecipazione alle sfilate del 25 aprile e del Primo maggio, che occorra, con fermezza, respingere le sorprendenti dichiarazioni di alcuni esponenti della sinistra e dello stesso candidato sindaco del centrosinistra, Bruno Ferrante. Sorvolando sulle convenzionali affermazioni di principio sulla pacificazione e universalità di valori democratici che le due feste intendono rappresentare, appare sorprendente che la Festa della Liberazione, dal fascismo e dall’occupazione nazista, debba essere considerata patrimonio della sinistra e non di liberali repubblicani e anche monarchici che, nel Parlamento repubblicano, rappresentano (pensiamo a Benedetto Croce, a Edgardo Sogno, a Ugo La Malfa) valori, pensieri e azioni di cristallino spirito antifascista, esattamente quello vissuto dal padre di Letizia Moratti. Ancor più inaudito che chi fischia non sia indicato come espressione inaccettabile di chi legittima, come mezzo di lotta politica, il terrorismo. Chi fischia la Moratti è molto vicino a chi esulta stolidamente «dieci, cento, mille Nassirya». E pure essi sono alleati organici di Ferrante, entro Rifondazione comunista, ben più pericolosi, per chi evoca la logica formale del bipolarismo, dell'alleanza occasionale tra la Moratti e la Mussolini. Ancora più incredibile la contestazione alla Moratti per la partecipazione alla festa del Primo maggio. Non solo la festa dei lavoratori è di tutti i lavoratori, non solo di quelli dipendenti; ma un candidato sindaco non può, esponendosi pubblicamente, eludere un’occasione che, privatamente o anche come ministro, può avere in precedenza evitato. Il candidato indica le prerogative e i compiti del sindaco che, chiunque sia, è inimmaginabile, una volta eletto, non partecipi a queste fondamentali celebrazioni della vita civile. Come è consentito dire, allora, che la partecipazione della Moratti è strumentale e solo a fini elettorali? Questo naturale modo di proporsi agli elettori di un candidato, può, legittimamente, essere giudicato «ignobile» da Marco Rizzo, dei Comunisti italiani? O non vuol dire questo mettere in discussione i principi elementari della democrazia rappresentativa? La Moratti è un candidato di pari dignità e di pari responsabilità di Ferrante. Cui nessuno contesta la partecipazione alle occasioni e agli anniversari, anche in chiave politico-elettorale, che egli desidera. Non so, se non per ragioni di pubblica sicurezza, a quale titolo egli abbia partecipato, anche in passato, alla festa del Primo maggio, perché più «lavoratore» della Moratti? Un prefetto «lavora» più di un presidente della Rai o di un ministro? Un ministro dell’Interno, collega della Moratti, ha più o meno titolo a partecipare alle celebrazioni del Primo maggio del prefetto Ferrante? E allora, come si possono accettare, per chi si dice democratico, le osservazioni indignate di Ferrante per la presenza della Moratti alla seconda delle celebrazioni? Con volto grave, in televisione, egli si mostrò, addirittura scandalizzato. Lo sarebbe stato altrettanto se al suo fianco ci fosse stato Diego Della Valle? È un lavoratore Diego Della Valle? È un lavoratore Carlo De Benedetti? È un lavoratore Carlo Caracciolo? È un lavoratore Sandro Curzi? Più lavoratori della Moratti? E perché? Ma il grottesco per Ferrante è che, a sconfessarlo, nei giorni successivi, sono uscite alcune sue immagini alla testa del corteo del Primo maggio a fianco di una signora che, per censo, per matrimonio e per nome (salvo che per parte politica) è identica alla Moratti: Milly Moratti. La moglie del fratello del marito di Letizia, il presidente dell’Inter Massimo Moratti. Una Moratti sì e l’altra no? E la seconda, con più titolo perché lavora di più? Ascoltare le parole di Ferrante contro la sua avversaria e vederlo sfilare con la cognata è un paradosso che supera ogni considerazione logica, ogni tentativo di trovare giustificazione a posizioni tanto aberranti e imbarazzanti. Perché i principi, le passioni e i valori, dichiarati a parole, contro l’evidenza sono travolti dal senso del ridicolo. E il prefetto Ferrante avrebbe dovuto essere non più democratico che prudente.