La Moratti: «La città dice basta ma tutta Italia vuole sicurezza»

Il sindaco: «Serve una svolta culturale contro violenze e sopraffazioni. Questa manifestazione straordinaria mi dà la forza di chiedere ciò che ci spetta»

da Milano

E adesso sarà davvero difficile continuare a parlare di Letizia Moratti come dell’ex broker di successo, dell’ex presidente della Rai, dell’ex ministro dell’Istruzione autrice della prima riforma della scuola dai tempi del filosofo fascista Giovanni Gentile e oggi del primo sindaco donna di Milano. Il palco, dopo la marcia contro la criminalità, diviso con il leader del centrodestra Silvio Berlusconi, ma soprattutto i tanti milanesi convinti a scendere in piazza per pretendere dal governo più sicurezza, dicono ormai molto di più.
Gli organizzatori puntavano a 5mila partecipanti, giorni e giorni di appelli per una città più sicura li hanno moltiplicati. Nemmeno fossero note di un piffero magico. E, invece, sono state parole dure, anzi durissime. «Non permettete più - ha alzato la voce lei - che le istituzioni vi trattino come sudditi e non da cittadini». Poco ci manca che li inviti a salir sulle barricate. «Dopo che per mesi e mesi e mesi (lo ripete tre volte, ndr) avevo chiesto al governo più attenzione per la lotta alla criminalità a Milano e Prodi non mi ha risposto, ho deciso di lanciare un appello. E se qualcosa abbiamo ottenuto, è solo perché i cittadini sono scesi in piazza». Una piazza che sta in fondo a corso Buenos Aires, la via dello shopping milanese che nemmeno un anno fa fu messa a ferro e fuoco (letteralmente, nel senso che un palazzo fu dato alle fiamme) dagli autonomi dei centri sociali che assaltarono una sede elettorale di Alleanza nazionale. Una piazza che, forse per un segno del destino, si chiama Argentina e dal cui palco lady Letizia parla al corteo che arriva lento. Per spregio, da sinistra, hanno già cominciato a darle della peronista. Chissà se le dispiace. In fondo anche Evita voleva star lontano dai partiti per parlare al cuore e ai bisogni della gente, anche lei portava orgogliosamente il nome di un marito di cui alla fine diventò, probabilmente, più famosa. Sicuramente più amata.
Ieri, comunque, di fronte alla folla la Moratti ha scoperto un lato di sé che forse nemmeno lei conosceva. Tacco basso (ma non troppo) e due chilometri di strada percorsi stringendo mani e rispondendo ai saluti. Di tanti che le chiedevano di tener duro. «Mi hanno rapinata due volte proprio qui in strada - le racconta una ragazza dai capelli biondi -. Coraggio, la sua è la nostra battaglia». Lei ha una risposta per tutti. «Senza sicurezza non c’è libertà». Anche per chi la accusa di aver strumentalizzato un problema, di aver organizzato una manifestazione politica. «Dicono che qui c’è solo una parte di Milano? Rispondo che qui c’è tutta Italia». Al suo fianco, in rappresentanza del sindaco di Palermo, spunta l’assessore Giuseppe Enea, con tanto di fascia tricolore. In testa al corteo il gonfalone del capoluogo siciliano. Un drappo rosso con l’aquila romana d’oro ad ali spiegate che tiene tra gli artigli una fascia e le iniziali S.P.Q.P., Senatus Populusque Panormitanus Urbs Felix et Regni Caput. Il senato e il popolo palermitano. Proprio l’impegno a esser cittadini e non sudditi. E allora l’appello della Moratti alla «Milano che lavora, che produce, che accoglie». Una Milano per cui pronuncia nove basta: «Basta alla prostituzione, basta allo spaccio di droga, basta alla violenza sulle donne, basta ai maltrattamenti dei bambini, basta truffe agli anziani, basta alle occupazioni abusive delle strade, delle case, dei palazzi, basta alle rapine nei negozi e nelle botteghe, basta alle sopraffazioni di immigrati irregolari, basta al degrado». E ricorda che «nel 1973 in Italia si commettevano 3mila rapine, nel 2006 ne sono state compiute quasi 80mila». «E poi - aggiunge - qualcuno dice che l’insicurezza è una questione di percezione! L’insicurezza è una realtà». Le colpe? Chiare. «Un’involuzione culturale che abbiamo subito negli ultimo quarant’anni. Per troppo tempo abbiamo sopportato una cultura che considera il criminale una vittima della società, una cultura che ha posto l’accento più sulle garanzie del delinquente anziché sulla necessità di assicurare l’efficace punizione del reato. Questa deresponsabilizzazione, questo facile perdonismo hanno incoraggiato la trasgressione. Hanno affievolito il rispetto delle regole e dei valori. È ora di tornare a una cultura della legalità». E ora? «Ora scriverò una lettera al ministro dell’Interno Giuliano Amato per chiedergli la convocazione del tavolo sulla sicurezza che ci ha promesso».