Moratti, compleanno con scudetto "Il regalo del Milan? Ringrazio..."

Tricolore senza giocare per i 64 anni: "Dedicato a papà Angelo. È il
quarto di fila: bello come il primo...". "Il nostro è un grande gruppo,
Ibra è la faccia importante. Paura di perderlo? Adesso no, poi vedremo"

nostro inviato ad Appiano Gentile

Fiume Moratti: «Un regalo che arriva in anticipo e nel giorno del mio compleanno. Ringrazio per l’affetto Juventus, Milan e Udinese, proprio non me lo aspettavo. La famiglia Moratti è nella storia dell’Inter, adesso spero che il 18° scudetto arrivi presto. Mourinho ha saputo dare continuità. Siamo nella storia del calcio italiano? Mi sembra di non aver fatto nient’altro che il mio dovere. La Champions? Ora come ora non mi interessa, arriverà quando sarà il momento. Ibra? Merita questo scudetto, è stata una parte importante di questo successo, un grande professionista, spero e credo che continuerà a esserlo anche in seguito».
Il presidente ad Appiano, da trenta minuti è campione d’Italia, Inter-Siena non conta, si gioca per la festa ma non ditelo a Mourinho. L’uno accanto all’altro, Massimo Moratti si cuce lo scudo nel giorno del compleanno, José Mourinho con tre giornate di anticipo, vibrazioni forti che dilatano il rapporto. Attorno Saverio, el Cuchu, Deki, Supermario, Matrix, c’è Ibra che fa: «Era meglio se il Milan vinceva e poi dovevamo giocarcela col Siena, comunque l’anno prossimo vinciamo tutto». Campioni d’Italia per il quarto anno consecutivo, il primo in ufficio, gli altri stradominati. Appiano assediata dai tifosi, loro in ritiro e José quasi serio che li vorrebbe tutti in camera: «Sono orgoglioso, loro vorrebbero andare in Duomo per festeggiare ma c’è il Siena e io spero che ci sia la concentrazione per vincere», lui è uscito solo per controllare, nel momento del trionfo preferisce stare al coperto e lasciare ai ragazzi la scena, l’ha già fatto non è studiata. E vinceranno loro, in pullman in Duomo ben oltre mezzanotte. Al portoghese il colpo è riuscito al primo anno, come all’austriaco Tony Cargnelli nel ’28 col Torino, agli inglesi Leslie Lievsley nel ’48 col Toro e Jesse Carver nel ’50 con la Juve, e poi al serbo Ljubisa Brocic nel ’58 ancora con la Juve.
Ma come se pregustasse, José s’era giocato la conferenza del sabato mattina e c’era stato molto outing. In una disamina a pelle della sua prima stagione, José aveva detto: «Forse ho perfino esagerato quando ho profetizzato zero titoli. Ma è un modo di comunicare, volevo caricare i miei, quando tutto è finito mi piace avere rispetto degli avversari». E quando gli hanno chiesto se sarebbe pronto a sottoscrivere un’altra stagione come questa, José è stato molto garbato. Poteva chiedersi che testa può avere un tifoso che dopo anni e anni nel gregge storce il naso all’idea di rivincere il campionato. Ma non l’ha fatto: «Abbiamo disputato una grande stagione, una lunga maratona e nessuno ci ha regalato niente. In Champions con un po’ di fortuna avremmo potuto anche eliminare il Manchester, ma non avevamo le qualità per vincerla. Mi chiedo cosa sarebbe successo se fossimo arrivati alla finale di Roma. Avremmo rischiato di non vincere niente in Europa e in Italia». Poi ha mostrato un altro volto del Mourinho che vince facile con i soldi dei presidenti. Ha detto due cose e ha tracciato il solco dell’Inter futura, partendo dai suoi errori: «A un certo punto ho capito come sarebbe finita, certi acquisti erano sbagliati, ma con alcuni giocatori occorre lavorarci assieme prima di scoprirli, anche quelli che credevo di conoscere. La squadra non poteva fare di più perché il nucleo forte era ridotto a cinque, sei giocatori. Abbiamo giocato con nove coppie diverse di marcatori centrali, mai con la stessa per più di quattro partite e adesso con il Siena abbiamo solo Balotelli e Ibrahimovic punte, perché Cruz è squalificato, Crespo infortunato e Adriano ormai appartiene alla storia».
Un grandissimo José pronto a incassare qualunque critica, parla e attorno avverte un inebriante profumo di squadra e di vittoria: «La prossima Champions non sarà molto diversa, Barcellona e Manchester saranno ancora più forti perché difficilmente ci venderanno tutti i loro migliori giocatori e hanno i soldi per prenderne altri. Ma ora non si deve spendere troppo, sono d’accordo con il presidente, bisogna investire su Obi, Krhin, Destro e Belec, tutti ragazzi della Primavera come Balotelli e Santon. Avere un gruppo di giovani interisti in prima squadra è uno dei miei obiettivi e significa anche risparmiare in ingaggi, almeno una ventina di milioni che si possono investire sul mercato. Ci servono un difensore, due centrocampisti e una punta». Attorno a Ibra ha costruito la squadra e ieri l’elogio finale: «Il miglior calciatore del campionato italiano, gli errori sono tutti dalla parte di chi lo ha fischiato. Un’Inter senza Ibra io non me la immagino».