Moratti e Della Valle due bombe da disinnescare prima del campionato

È un grave errore pensare che il duello rusticano tra Diego Della Valle e Massimo Moratti maturato in questi giorni sia una questione personale, privata addirittura, maturata tra due vecchi sodali in rotta tra di loro e che "calciopoli" sia solo il pretesto per regolare recenti conti rimasti in sospeso. Non è così, purtroppo. È un grave errore liquidare il "botta e risposta" tra i due a guisa di un carteggio estivo perché non se ne colgono gli effetti su opinione pubblica e tifosi, non solo dei rispettivi club, senza esclusione di quelli interessati alla questione, juventini in primissimo piano, a pochi giorni dall'inizio del nuovo campionato. Sull'onda emotiva di questo contenzioso irrisolto, possono infatti moltiplicarsi i rancori e gli odi col rischio palese di aggiungere altra benzina ai fuochi che di solito il calcio è capace di produrre dalle nostre parti, nei nostri stadi per intendersi meglio.
È inoltre un grave errore attribuire, come ha fatto il presidente Moratti, alla vicenda i contorni di una pittoresca discussione da bar. Se così fosse, non ci sarebbero state le adesioni convinte alla prima proposta lanciata da Diego Della Valle da parte di Abete e Beretta che non risultano essere titolari di altrettanti esercizi commerciali della Versilia ma semplicemente il presidente della federcalcio incapace di decidere e il presidente (dimissionario) della Lega professionisti. Se i due esponenti del calcio nazionale hanno invano condiviso l'iniziativa dell'azionista viola, un motivo deve pure esserci e risiede probabilmente nell'intento di spazzare via dal cielo del campionato le minacciose nubi che lo stanno occupando. D'altro canto il rispetto invocato dal numero uno interista «per i giudizi delle autorità preposte» è un richiamo sacrosanto da condividere sempre, anche quando giudizi di altra natura dovessero arrivare per esempio dalla figura, rispettabile egualmente, del procuratore federale Stefano Palazzi. Di sicuro il deliberato del consiglio federale sul famoso scudetto del 2006 non può essere confuso con una qualche sentenza della giustizia sportiva: è stato il frutto di una non decisione oltre che la conseguenza della nota prescrizione.
È contemporaneamente un grave errore, in questo caso commesso da Diego Della Valle, continuare a rilanciare l'idea di una sfida personale da realizzarsi attraverso un confronto pubblico, con tanto di conferenza-stampa organizzata a mò di pressione, in mancanza di una disponibilità dell'interessato. Specie dopo aver preso atto dell'inefficacia denunciata dall'azione del presidente federale Abete: in altri tempi il dittatorello Tonino Matarrese avrebbe convocato i due in via Allegri minacciando tuoni e fulmini e li avrebbe costretti a uscire dal vertice con una decisione condivisa. Forse solo il presidente del Coni Gianni Petrucci può incaricarsi di disinnescare questa mina vagante nella prossime ore. Perciò è il caso, prima che cominci l'ultima settimana che porta dritti al campionato, di evitare altre aspre polemiche e di far parlare solo i fatti: Della Valle firmando un ricorso alla suprema corte dello sport italiano, Andrea Agnelli, presidente della Juve, rivolgendosi alla giustizia ordinaria, come promise ai suoi tifosi. Non c'è una terza via, a disposizione. Purtroppo.