Moratti: il governo si muova, lo chiede anche Napolitano

Il sindaco di Milano dopo il successo della fiaccolata rilancia e scrive ad Amato: «Ora rispetti gli impegni»

da Milano

Sindaco Moratti, ha ricevuto qualche telefonata?
«Telefonata da chi?».
Be’, ha portato 50mila milanesi in piazza a chiedere più sicurezza. Magari da Romano Prodi o dal ministro Giuliano Amato.
«No, nessuna telefonata».
In compenso il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato di rischio per la sicurezza a livello locale. Legato anche, ma non solo, all’immigrazione.
«Un discorso molto importante che ha richiamato il governo alle sue responsabilità. Al suo dovere di garantire l’ordine pubblico anche a livello locale».
Vuol dire che, dopo la fiaccolata, si è mosso anche il presidente?
«Dico che è un intervento autorevole, il riconoscimento che il problema vissuto dai cittadini è reale. Un disagio per loro, ma anche per il mondo produttivo».
L’accuseranno di difendere le lobby.
«Nient’affatto. In questi giorni ho ricevuto tante testimonianze da imprenditori che per la mancanza di sicurezza non se la sentono di ampliare gli orari di apertura, di chiedere ai dipendenti di fare gli straordinari. Un danno economico gravissimo».
Lo scopriamo solo ora?
«No. Le classifiche sulla competitività mettono da sempre la sicurezza del tessuto urbano fra i criteri principali».
Amato non chiama, chiamerà lei?
«Gli ho già inviato una lettera chiedendogli di avviare il percorso che in sessanta giorni dovrà portare a firmare con Milano il patto per la sicurezza».
I famosi 500 uomini in più delle forze dell’ordine?
«Quelli, ma anche la possibilità di avere più vigili del fuoco, più agenti della polizia municipale, più controllo del territorio».
Si era parlato anche di leggi più severe per punire le violenze su anziani, donne e bambini. Ma anche per chi truffa, danneggia o imbratta i monumenti.
«Quelle fanno parte di un percorso più complesso. Il gruppo di lavoro con le città metropolitane per ottenere strumenti più efficaci con cui combattere disagio sociale e degrado».
Si vuol mettere a capo del partito dei sindaci per dar l’assalto al governo?
«Voglio solo proposte concrete per rispondere alle necessità dei cittadini. Ne parlerò col prefetto, con i comitati e il centrosinistra che hanno stilato un decalogo con proposte che meritano di essere discusse».
Percorso più complesso significa che gli effetti si vedranno chissà quando.
«È importante partire. I cittadini non sono sudditi e chi governa si deve mettere al loro servizio. Dobbiamo cominciare su questi temi una rivoluzione culturale».
Addirittura culturale?
«La tanta gente che ha partecipato al corteo chiedeva un cambiamento rispetto a decenni di politica ispirata al buonismo. Un perdonismo che ha via via affievolito il rispetto delle regole. Ma i diritti non vanno mai disgiunti dai doveri».
Accuse pesanti.
«Il delinquente al centro dell’attenzione e la colpa era sempre della società».
Fa la reazionaria?
«No. Io dico che ci dev’essere solidarietà e non assistenzialismo. Chi ha sbagliato va aiutato, ma nessuno deve dimenticare che innanzitutto c’è la legge».
Sente la responsabilità di aver spaccato la città in due cortei?
«Non abbiamo impedito a nessuno di partecipare alla manifestazione. Gli organizzatori hanno addirittura invitato Prodi».
Non si sarebbe potuto far qualcosa di più per tenerli uniti?
«Ognuno ha il diritto di manifestare come vuole. L’importante è che tutti siamo scesi in piazza per lo stesso obiettivo, la sicurezza».
C’era anche Silvio Berlusconi, una manifestazione un po’ troppo politica?
«Macché politica. C’erano 50mila persone, farmacisti, benzinai, volontari, pompieri, tranvieri, tassisti, agricoltori, i sindaci di Trieste e Palermo, tantissima gente comune. Cittadini con la voglia di partecipare al cambiamento della società. E molti più palloncini che bandiere di partito».